Mobili e arredi che raccontano la storia del design del XX secolo. Visita nella casa dell’architetto Umberto Di Cristina, un grande viaggio nello stile e nella bellezza.

di Antonella Filippi

I viaggi nelle case sono viaggi nelle vite. Perché non c’è nulla di più naturale e istintivo che mettere in relazione la vita sentimentale delle persone con la casa in cui abitano o hanno abitato. Basta la concretezza di un oggetto, o anche solo l’immaterialità di un profumo, per evocare la presenza, la voce e i gesti del suo proprietario.

Viene in mente, per associazione, il grammofono meccanico a manovella che la Blixen portò con sé dalla sua Africa fino al mare di Rungstedlund, a nord di Copenhagen, nella stanza verde della sua casa danese, in ricordo dell’uomo che aveva amato e perduto per sempre. Un oggetto, una grande storia, appunto.

Figurarsi se si tratta di una casa-museo, come quella disegnata e realizzata da Umberto Di Cristina, architetto, arredatore, studioso e innovatore di spazi urbani, attratto da Art Nouveau, Liberty, ispirazioni gotiche, vincitore nel ’66 del Premio In/Arc per le architetture, e autore di numerosi interventi, pubblici e privati, tra cui, uno dei più noti è quello dello Stabilimento di Mondello, o del tribunale di Agrigento la cui facciata riprende alcuni temi del Tempio della Concordia.

Entri nella sua casa e cerchi il suo estro nei suoi oggetti, interroghi i suoi disegni, la poltrona su cui sedeva: così il viaggio diventa concretissimo, un giro del mondo tra le cose più disparate e, in ogni stanza, è come se il padrone di casa in persona ti aprisse la porta e ti svelasse sottovoce i segreti della sua vita, le sue passioni travolgenti. Ascolti “la voce delle cose” e la traduci in affascinanti racconti di vita. Un concetto che lo stesso Di Cristina, scomparso a novant’anni nel 2017, ha scritto in un suo libro: “Casa Di Cristina, arredata con modifiche e aggiunte dal 1975 sino agli anni 2000, raccoglie tutto l’insieme creativo del mio design ed esprime il mio modo di avere cura di un’abitazione, per correlare al personaggio i valori simbolici degli arredi, i significati dei loro accostamenti, della loro interdipendenza. In casa Di Cristina si ritrovano eleganza, arrendevolezza, melanconia, gaiezza, familiarità, attrazione amicale, disordine, meticolosità, sistematicità. Gli ambienti in cui si accumulano e si accatastano tappeti, mobili, divani, vetri e oggetti, che sono espressione di un’epoca e di uno stile, offrono, alle persone che ne possono apprezzare i valori, abbandoni e piacevoli conversari”.

In casa Di Cristina si può discutere sdraiati su divani e poltrone Art Nouveau, tra lampade Tiffany e mobili Gallé, scrivanie di Hoffmann e tappeti déco. Nel salotto il soffitto è realizzato con teli di cotone e seta che formano un canneté, il lampadario è del Settecento. La sala da pranzo sfoggia un tavolo laccato, mentre il salotto è un ambiente con cataste di mobili e oggetti: poltrone e divani primi anni del XX secolo, vetrine con servizi da tavola sempre di Gallé, e lampade sempre Tiffany, mobili Bugatti.

Un paravento Art Déco lo trovi in soggiorno, la ringhiera della scala è un geometrico semicerchio, qui t’imbatti in una deliziosa poltrona per fidanzati, lì c’è un leggio per musicisti di Thonet, là una scultura di Chiparius, una scrivania di Belleville, un tavolo di Basile, mentre una grande porta a vetri, disegnata dallo stesso architetto come quelli opalescenti che chiudono la camera da letto, immette nella stanza della musica che avverti come ancora invasa dalle note degli amati Vivaldi o Puccini. Affiora, allora, una riflessione sulla correlazione tra ambiente e creatività. Possono una poltrona, uno specchio, una lampada rivelare un universo interiore, fantastico e personale? E quali umori, quali tracce, quali impronte del passaggio del loro proprietario sono ancora percepibili in un edificio del genere che conduce dietro le quinte di un’esistenza sopra le righe eppure domestica (ma mai addomesticata)?

Le risposte le ha forse l’editrice Domitilla Alessi, compagna di una vita di Umberto Di Cristina: “Eravamo molto diversi: la mia casa non ha tende, è luminosissima, la sua – che ha accolto gli ospiti delle cene ufficiali del Premio “La Rosa d’Oro”, tra cui il presidente Pompidou e signora – è l’opposto. Ma è bellissima, preziosa, credo che non ne esista una uguale, qui s’avverte un’atmosfera straordinaria. Mi piacerebbe che venisse acquistata da un’istituzione in grado di farla vivere, di aprirla al pubblico o di farne una residenza per artisti”.

Perché qui tutto sgorga dalla creatività di Di Cristina, dal suo gusto, dall’amore per la bellezza: ecco vetri fenici e romani, ma anche veneziani del Cinquecento e Seicento, sino ai vetri moderni Art Nouveau e Déco, compreso un servizio di bicchieri e bottiglie di Gallé, ornati da incredibili cabochon: “Umberto amava la fragilità del vetro, forse perché la sua stessa fragilità lo ha reso creativo. Era un uomo ironico, spiritoso, i miei nipotini lo chiamavano ‘nonno caffè’ perché aveva sempre la tazzina in mano. Era anche vanitoso con un forte bisogno di affermazione. E questa casa è il suo specchio”. Per congedarci, le parole lasciate dal padrone di casa: “Non sono certo d’essere penetrato dentro l’architettura, ma sono sicuro di avervi girato intorno con la volontà di trovare un varco. Talvolta, penso, di esserci riuscito. Le cose fatte non sono mai ultimate. Esse vivono come storie multisecolari, perché le architetture, anche se abbandonate, possono sempre essere restaurate e tornare a vivere. Anche il pensiero degli uomini ha la stessa vitalità”.

(Le immagini del servizio provengono dall’Archivio Di Cristina Studio Associato)

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