L’urbanistica delle emozioni può recuperare la capacità di rimodellare lo spazio di vita soprattutto in quei luoghi che la modernità imperfetta ha oltraggiato: centri storici, periferie, aree in transizione industriale.

Maurizio Carta

Abbiamo bisogno di nuova democrazia dello spazio urbano fondata su una maggiore attenzione alle persone, alla cura degli spazi emozionali e non solo di quelli funzionali. Da sempre la città è il teatro che mette in scena il pensiero utopico di una società migliore, un dispositivo attivatore di idee. Tuttavia, nelle città contemporanee le diseguaglianze e le marginalità stanno emergendo con sempre maggiore virulenza, scatenando vere e proprie epidemie che nascono dalle aree periferiche più carenti di qualità ed equità, per estendersi verso l’intero organismo urbano, minandone lo stesso statuto cooperativo che è alla base della nascita della città. La risposta deve essere una nuova “terapia dello spazio urbano” che trasformi, educhi e protegga chi lo abita. L’architettura degli edifici e la qualità degli spazi pubblici non solo accolgono, ma formano identità sociali e culturali plurime. Dobbiamo, pertanto, recuperare la capacità dell’urbanistica di fornire una lettura psicologica del tessuto urbano, accompagnandola con un’interpretazione emozionale dello spazio percepito che rimodelli lo spazio vissuto e che indirizzi lo spazio concepito.

Dobbiamo usare quella che chiamo Neurourbanistica, una vera e propria neuroscienza dello spazio, in grado di essere contemporaneamente razionale ed emotiva, dotata di tecnica e di sentimento, per agire sia sullo spazio urbano che su quello umano, tornando a far svolgere alla città quella straordinaria funzione di dispositivo pedagogico, ludico, esperienziale, semiotico ed etico, in grado di agire in quello spazio fecondo tra consapevolezza e reazione istintiva. Già nel 1964 Kevin Lynch, nel suo libro L’immagine della città, parla della nostra percezione – ed esperienza – dello spazio urbano come parziale, frammentaria e mista ad altre sensazioni. La sua vivibilità tiene conto delle percezioni “di colore, di forma, di movimento, di luce, dell’udito, del tatto, della cinestesia, della percezione di gravità, perfino di forze di campi elettrici e magnetici”. Come avviene nei sempre più numerosi quartieri senzienti, sonori, cromosensibili, tattili, camminabili e commestibili che si stanno sperimentando in giro per il mondo.

L’urbanistica delle emozioni può recuperare la capacità di rimodellare lo spazio di vita soprattutto in quei luoghi che la modernità imperfetta ha oltraggiato: centri storici degradati o in abbandono, periferie sconnesse dai flussi vitali della città, aree in transizione industriale. Spazi che tornino ad essere luoghi dell’abitare perché adatti ai molteplici stili di vita, capaci di nutrire l’io che si fa noi urbano.