Nel cuore di Roccavaldina, un piccolo paese vicino a Messina, si conserva intatto un tesoro di ceramiche rinascimentali di scuola urbinate. Ecco com’era una farmacia del Cinquecento

di Giuliana Imburgia

Aristotele diceva: “La cultura è un ornamento nella buona sorte e un rifugio nell’avversa”. Di questo monito ha fatto tesoro il piccolo comune siciliano di Roccavaldina, 1.094 abitanti, in provincia di Messina, che da anni custodisce gelosamente un autentico tesoro della ceramica rinascimentale italiana.

Non tutti sanno che in via Umberto I, a pochi passi dal cuore della piazza principale, si trova una piccola bottega farmaceutica meglio nota come il “Museo Farmacia” dove, in soli trenta metri quadrati, si può ammirare uno dei più prestigiosi corredi farmaceutici esistenti al mondo, risalente al XVI secolo.

La “spezieria” (così venivano anticamente chiamate le farmacie) è un museo di importanza internazionale per il fatto che, al suo interno, disposto su caratteristiche scansie in legno, si trova esposto un eccezionale corpus di antichi vasi farmaceutici in ceramica realizzati nel 1580 a Urbino nell’officina del maestro Antonio Patanazzi, considerato una delle maggiori firme dell’arte ceramistica rinascimentale. Un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato agli anni in cui il treno a vapore era ancora solo un lontano miraggio.

Il mini museo contiene al suo interno 238 pezzi, tra ceramiche di varia forma e dimensioni. Un corredo che, per le sue peculiarità storiche e stilistiche, è considerato agli occhi degli esperti un raro capolavoro dell’epoca rinascimentale e un punto di riferimento per la ricostruzione dell’evoluzione dell’arte della ceramistica italiana.

“La Sicilia è una terra piena di tesori, spetta a noi saperli valorizzare”, dice Giuseppe Pandolfo, responsabile del progetto “Visita Roccavaldina”, nell’ambito del quale si organizzano visite guidate nel museo-farmacia grazie alla collaborazione tra il Comune, l’associazione guide turistiche Eolie-Messina-Taormina e la società Pan Travel Solution.

Oltre che per la bellezza del corredo di vasi di produzione urbinate, la spezieria di Roccavaldina continua ad affascinare studiosi di storia locale e storici dell’arte perché alcuni quesiti circa le origini di queste opere rimangono ancora oggi irrisolti. Dubbi, per esempio, permangono circa l’identità dell’originario committente o sull’appartenenza dello stemma araldico presente su alcune ceramiche; infine, non si sa neanche con certezza se il corredo fosse stato inizialmente commissionato per una dispensa o per una farmacia.

“La firma di Antonio Patanazzi di Urbino e la data 1580 riportata sul piede di un’anfora indicano la provenienza e l’anno di produzione – aggiunge Pandolfo – su alcuni vasi è riportato il nome di Cesaro Candia e su uno Candia Candia, il che fa supporre che costui fosse il committente. Ciò che si sa con certezza è che un tale Gregorio Bottaro, ricco rappresentante della borghesia roccese, acquistò nel 1628 i vasi per la somma di quattrocento onze e ne fece dono alla confraternita del Santissimo Sacramento, costituita nella chiesa Madre di Roccavaldina, unitamente a una piccola bottega nella piazza del paese, impegnando contestualmente la confraternita a distribuire gratuitamente le medicine agli ammalati e ai poveri del paese”.

Da quel momento in poi la confraternita affittò la spezieria ai vari farmacisti che per secoli si sono succeduti dietro il suo bancone, fin al momento in cui nel 1882 la soppressione delle corporazioni religiose le impose di cederla. Dopo varie vicissitudini e un restauro del corredo farmaceutico avvenuto a Faenza tra il 1966 e il 1967, la spezieria ritornò finalmente nel 1968 nella sua sede originaria dove viene oggi custodita dal Comune di Roccavaldina che rende questo gioiello rinascimentale fruibile ai visitatori.

“I roccesi, e non solo loro – dice Pandolfo – sono sempre stati ben consapevoli dello straordinario pregio artistico dei vasi della farmacia che rappresenta una delle rare botteghe italiane di speziale rimasta intatta da secoli”.

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