di Daniela Bigi

Siamo nel 1999 e a Taormina si inaugura una mostra interamente dedicata alla fotografia italiana, Da Guarene all’Etna. A promuoverla è la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, a quella data la più stimata fondazione per l’arte contemporanea in Italia, messa su da una donna attenta, curiosa e in stretto contatto con il sistema internazionale, Patrizia Sandretto. Nella sua collezione aveva sempre riservato ampio spazio alla fotografia, ma in quel finire di secolo, dopo aver privilegiato in massima parte autori stranieri, dichiarava ufficialmente di estendere la propria attenzione alla scena italiana.

Il titolo della mostra, nel legare Guarene con lo storico palazzo della famiglia Re Rebaudengo, all’Etna, simbolo per eccellenza della terra siciliana, dava conto pienamente degli intenti degli organizzatori, perché congiungere quei due estremi della dorsale appenninica era un po’ come riuscire a tenere insieme in un’unica traiettoria, in un unico slancio visivo, un Paese che ancora oggi, dopo oltre 150 anni, fatica a sentirsi tale. In quel momento lavorare a una ricognizione del panorama fotografico italiano concentrandosi sul paesaggio significava da una parte fornire un grosso contributo alla conoscenza delle ricerche che vi si andavano svolgendo, dall’altro dava uno spaccato variegato della fisionomia di un Paese che stava cambiando, proprio un attimo prima che il vento della globalizzazione arrivasse prepotente a modificare abitudini, valori, umori e di conseguenza il volto stesso della penisola.

C’era una lunga tradizione che il progetto inevitabilmente richiamava, ed era quella del viaggio in Italia come ricognizione, documentazione e interpretazione del paesaggio così come si era venuta configurando nella letteratura e nella pittura sulla scorta del Grand Tour. Ma quella prima edizione, curata da Filippo Maggia, aveva un modello differente al quale riferirsi, ed era il Viaggio in Italia che Luigi Ghirri, Gianni Leone ed Enzo Velati avevano realizzato nel 1984 proprio in polemica con quella aulica tradizione, puntando al contrario a restituire un’immagine del nostro Paese per come lo vedevano, nella sua normalità, con un approccio antiretorico, antieroico, lontano dalla pratica illustrativa.

Dopo vent’anni, la Fondazione ha deciso di riproporre nel Palazzo di Guarene D’Alba quello stesso itinerario e quello stesso approccio, invitando 25 fotografi a GE19 Boiling projects, complice la collaborazione della Fondazione OELLE Mediterraneo Antico di Catania, che in primavera ospiterà la mostra in Sicilia, ampliandola con una piattaforma seminariale. A fare da trait d’union è stato Carmelo Nicosia, direttore di OELLE. Nel ’99 egli prese parte alla mostra di Taormina insieme ad altri fotografi della scena emergente; oggi si ritrova in qualche modo tra i maestri, ma d’altronde la serie di progetti ai quali ha lavorato in giro per il mondo oltre che il ruolo di direttore della Scuola di Fotografia dell’Accademia di Catania non smentiscono tale posizionamento.

Nicosia è uno di quegli autori che non ha mai smesso di appassionarsi alla fotografia, quella dei grandi nomi così come quella dei più giovani. E se da una parte sente ancora intatta e potente la fascinazione per la luce, dall’altra trova proprio nella fotografia il senso ultimo dell’agire. La scala valoriale dunque si amplia, diventa esistenziale, etica.

In mostra ha presentato un ciclo intitolato Etna The Wonder Volcano, riferendosi al modo in cui lo chiamano i tedeschi, i più rispettosi e fervidi amanti dell’Etna. “Ho incentrato molto il focus del lavoro – spiega – sul rapporto tra la fisicità degli scalatori, la sete di portare a casa delle foto uniche, il consumo materiale e spirituale del vulcano che ogni giorno viene attraversato e a volte umiliato da centinaia di curiosi alla ricerca di souvenir”. Si tratta di un percorso empatico, tutto fisico, intimo, personale. Ascensionale. Una dimensione quasi iniziatica dalla quale guardare al vulcano. Il tempo scandito dal cammino, il sentire che trova quiete nello scatto.

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