di Augusto Cavadi

Nel 1906 Edmondo de Amicis – sì, lui, l’autore di Cuore – chiude la sua vita di uomo e di scrittore pubblicando i Ricordi d’un viaggio in Sicilia. Il libretto è rintracciabile in commercio perché riedito, alcuni anni fa, da un’attenta casa editrice palermitana. E merita di essere letto sia dai siciliani che dai visitatori riflessivi della Sicilia.

Oggi mi limito a riportare due osservazioni dell’acuto scrittore ligure: osservazioni che – come è inevitabile quando si parla dei siciliani – sono di segno opposto, in relazione dialettica. La prima considerazione, infatti, è laudativa: “Ciò che colpisce più fortemente subito l’Italiano del Settentrione, venuto nell’isola per la prima volta, sono gli occhi dei suoi abitatori. Disse un illustre napoletano che, venendo per la prima volta nell’alta Italia, gli parve che la gente non avesse occhi: noi stessi abbiamo una tale impressione ritornando nel nostro paese dal Mezzogiorno; ma ritornando dalla Sicilia in particolar modo. Oh quegli occhi siciliani così profondi, così acutamente scrutatori, così pieni di sentimento e di pensiero, e pur così misteriosi quando il loro sguardo non è spiegato dalla parola o animato da una passione determinata, intorno alla quale non ci possa esser dubbio! Avete già lasciato l’isola, molti ricordi di luoghi famosi e di spettacoli incantevoli del suo mare e del suo cielo si sono già confusi nella vostra mente; ma vedete quegli occhi, un balenio di pupille oscure come sparse per l’aria, che vi dicono mille cose non ben chiare, e par che vi leggano l’anima, senza svelarvi l’anima che fiammeggia in loro”.

Ma, con la stessa onestà intellettuale e lo stesso amore per i siciliani, De Amicis, poche righe dopo, non può fare a meno di aggiungere una considerazione meno laudativa: nell’isolano, “quel fortissimo sentimento individuale che in altri popoli è il più grande propulsore di iniziative, produce l’effetto di far curvare l’individuo dinanzi all’individuo, di far idolatrare la forza, di assoggettare le moltitudini a pochi padroni, di perpetuare lo spirito del feudalesimo nella politica, nelle amministrazioni, in tutti i campi della vita pubblica!”.

Sarebbe bellissimo, un giorno, poter smentire queste ultime righe di De Amicis.