Dal diploma al Conservatorio di Palermo ai palchi del Primo maggio e del Politeama.  Poi il primo disco: la compositrice e cantautrice Giulia Mei senza paura brucia le tappe e dice: “Bisogna essere imprudenti”

di Antonio Schembri

Meglio essere immortali. Frase in apparenza pretenziosa, ma che per un artista vuole soltanto indicare il sogno di riuscire a lasciare valide tracce di sé, possibilmente di lunga durata. Un sogno e un anelito che viaggia dentro a un acronimo, Mei appunto, diventato nome d’arte. Quello di Giulia Mei, 25 anni, compositrice e cantautrice. Il suo vero cognome è Catuogno, “troppo lungo, impossibile con quel dittongo riuscire a catturare l’attenzione del pubblico che spesso sfugge in pochi secondi – spiega – Ho pensato perciò a qualcosa di immediato, dritto al punto”. Ascoltando le sue canzoni, sembra che per la cantante palermitana il “punto” stia nel senso di una nota frase del poeta Paul Valery: “Essere leggeri come l’uccello che vola, non come la piuma”.  Da affiancare alla costante ricerca di qualità. Ovvero quella che, nell’attuale fase di una giovane artista che si affaccia ufficialmente al mercato discografico, si esprime nel racconto di sogni, ingenuità e errori – quelli che nel corso dei propri vent’anni è imprudente negarsi – attraverso note e testi distanti da banalizzazioni tematiche e verbali.

Una carriera che per l’artista palermitana sta adesso segnando snodi importanti. A cominciare dai due step dello scorso marzo. Prima, il diploma al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo: in pianoforte, lo strumento con cui accompagna quasi tutti i suoi pezzi; e di seguito, la presentazione dell’album d’esordio, “Diventeremo adulti”, prodotto a Roma con la collaborazione artistica di Edoardo De Angelis, uno dei perni del Folkstudio e del cantautorato italiano negli anni ’70 e ‘80. Da qui tanti impegni promozionali ed esibizioni. Le ultime rilevanti sono state alla kermesse del Primo maggio a Roma, sul proscenio dell’Angelo Mai, spazio indipendente di produzione artistica e, due settimane dopo, al pianoforte davanti alla platea del Teatro Politeama di Palermo, in alternanza ad altre belle voci della Scuola di composizione del Conservatorio, a interpretare le canzoni di Francesco Guccini al cospetto del Maestro. “Nel primo caso – spiega – si è trattato di una festa interamente al femminile, animata dallo sdegno per la cultura sessista che, nel nostro Paese, fatichiamo a estirpare. A Palermo invece è stato emozionante esibirsi davanti a un faro della nostra musica d’autore”.

Oltre a Guccini, sono tanti altri cantautori a influenzarti 

“Già, e non solo italiani. Da Luigi Tenco a Ivano Fossati, dal belga Jacques Brel ai grandi cantanti della scuola francese, passando per Leonard Cohen. E ancora De Andrè, De Gregori, Vecchioni e un universo femminile che include cantautrici come la nostra Carmen Consoli, Mariella Nava, Angela Baraldi e ancora grandi artiste internazionali come la grande Bjork e le canadesi Diana Krall, Tori Amos e Joni Mitchell. Ma pilastri formativi per me sono soprattutto gli esponenti del pop italiano d’autore, da Samuele Bersani a Max Gazzé e Daniele Silvestri: cantanti che uniscono alla qualità armonica testi elaborati ma anche mediatici, capaci di parlare a tutti. Ecco, è proprio nel filone del pop d’autore che mi inserisco e maggiormente mi riconosco”.

Vecchioni lo citi in una delle tue canzoni…

“Il pezzo si intitola Tutta colpa di Vecchioni, appunto, e parla del mestiere di scrivere canzoni: quello che ho scelto di fare a diciotto anni”.

Quel è stato il tuo percorso? 

“Nasco tra le aule del Conservatorio di Palermo, ma canto sin da quando ero bambina, in famiglia ho sempre convissuto con la musica. Quella lirica in particolare, alla quale mi ha indirizzato mia madre, ma anche la musica leggera di cui è molto appassionato mio padre, che fa l’avvocato ma che è anche un grande conoscitore di canzoni degli anni ’60 e ’70. Ascoltarlo in tenera età mentre cantava le canzoni più emozionanti di quei periodi, è stato per me, diciamo così, un imprinting. Giocoforza venni iscritta al Conservatorio, dove ho cantato a lungo nel coro delle voci bianche e dove, all’età di nove anni, ho cominciato a studiare pianoforte”.

Che rapporto ha con questo strumento?

“Viscerale, direi, è lo strumento che sento più mio, un prolungamento del mio corpo. È solo davanti al piano che mi ispiro e scrivo la mia musica.  Ho invece un approccio solo di base alla chitarra”.

“Diventeremo adulti”, il tuo primo album. Un titolo autobiografico?

“Sostanzialmente sì. Poiché in fondo il lavoro di ogni musicista fotografa l’epoca in cui lo concepisce, in dodici canzoni io ho inteso racchiudere molte sfumature delle esperienze della mia vita, ciascuna legata al tema della paura e del desiderio di diventare adulti. Con l’invito però a seguire sempre e comunque le proprie emozioni. Del resto a venti anni non puoi negarti il lusso di sbagliare”.

Cosa pensi delle esistenze “parallele” del mondo digitale?

“Ne parlo in un altro mio pezzo, Ma fattela una risata, un appello a praticare l’ironia anche e soprattutto verso se stessi. Prendiamo tutto troppo sul serio, cosicché il passo alla violenza verbale dei leoni da tastiera, è breve”.

Quali altri temi vorresti affrontare nei tuoi prossimi lavori?

“Finora ho prodotto pezzi piuttosto disimpegnati. Ma sto pensando a testi su argomenti come l’immigrazione, l’attuale disumanizzazione, l’incapacità di vedere l’altro dietro ciò che si afferma attraverso la televisione e giornali. E mi piacerebbe scrivere di donne, della loro condizione, delle loro lotte. In modo leggero ma forte. Argomenti seri dentro melodie simili a stornelli”.

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