Filippo Juvarra, ancora giovane, ebbe modo di farsi notare come artista ma anche come disegnatore, incidendo in otto tavole gli apparati per le feste dell’incoronazione di Filippo V.

di Salvatore Savoia

Si deve probabilmente a un messinese, Filippo Juvarra, per qualcuno Juvara o addirittura Ybarra alla spagnola, il grande fascino che assunse la Torino del primo Settecento: una capitale europea, quasi un’anteprima del futuro ruolo di protagonista della nazione italiana. Filippo nasce a Messina nel 1678, da una famiglia di argentieri e orafi. Erano gli anni della rivolta antispagnola, nei quali Messina veniva privata dalla Spagna dei suoi antichi privilegi: era stata chiusa la sua università, sottratte le sue preziose reliquie, ferito l’antico orgoglio di capitale.

Filippo, ancora giovane, ebbe modo di farsi notare come artista ma anche come disegnatore, incidendo in otto tavole gli apparati per le feste dell’incoronazione di Filippo V. Della sua attività a Messina restano oggi poche tracce: alcuni degli splendidi candelieri del Duomo, e probabilmente il raffinato paliotto d’argento nell’altare maggiore. Tale impegno non impedì a Filippo di prendere i voti nel 1703, entrando nella Congregazione dei Filippini. Di lui il fratello maggiore ebbe a dire che fosse sin dall’adolescenza “di naturale molto vivace, e di buonissimo intelletto”. Sotto la protezione della famiglia Ruffo, Filippo si recò a Roma, dove frequentò Carlo Fontana, forse il più noto degli architetti papali, che notò l’abilità nel disegno e il talento inventivo del giovane siciliano, ma anche l’eccessiva esuberanza espressiva del giovane che gli parve quasi esaltato dal mito universalistico di Michelangelo. Segni del suo slancio creativo sono già i primi disegni eseguiti nel 1704, delle vere e proprie “fantasie” architettoniche, un genere che sarebbe stato poi esaltato dal Piranesi. La casa  di Juvarra in piazza Navona fu in realtà il laboratorio di infinite scenografie per il teatro della Cancelleria, ristrutturato dallo stesso Juvarra, e il teatro Capranica, oltre a quelle commissionate dalla esule regina di Polonia Maria Casimira. Dopo qualche anno avvenne il trasferimento a Torino che avrebbe segnato la sua vita e modificato il destino di quella città.

Il caso volle che proprio a Messina avvenisse l’incontro di Juvarra con il suo nuovo sovrano, quel Vittorio Amedeo II di Savoia da poco re di Sicilia, che gli commissionò il rifacimento del palazzo reale di Messina. Il disegno di quell’opera – più volte modificata fino alla scomparsa nel 1908 – parve al sovrano così eccellente che lo nominò suo Primo architetto, con l’enorme stipendio di 3.500 lire.

Gli schizzi strabilianti del siciliano erano in linea con le ambizioni del sovrano che desiderava rendere la sua piccola capitale fuori mano all’altezza delle grandi capitali d’Europa. Lo volle infatti a Torino e lo nominò Abate di Selve. A Torino Juvarra si dedicò al progetto della Basilica di Superga, la cui impostazione apparve subito originale e geniale, grazie alla capacità di trasfigurare in maniera personale i motivi stilistici del barocco berniniano e borrominiano appresi a Roma trasmettendo al complesso architettonico un potente slancio spaziale.

Alla vena artistica di Juvarra si devono anche gli interventi sulla chiesa di Santa Cristina, sulla Villa di caccia della Venaria e sul Castello di Rivoli. Lavorò inoltre sulla facciata di Palazzo Madama a Torino, probabilmente la più elegante del Settecento, fastosa e insieme austera e perfettamente raccordata alla complessa scena della piazza ove si colloca; anche l’interno, e in particolare lo scalone, sembra pensato in termini teatrali. Palazzo Madama diviene così il grande scenario, una vera “iconostasi dell’età dei Lumi” di una città che voleva presentarsi come tutta un teatro, come scrisse Cesare De Seta.

Non meno importanti gli interventi sul Palazzo Reale di Torino, con la magnifica “scala delle forbici” e l’ardita rampa a ponte, e sui quartieri militari di corso Valdocco. Da non dimenticare i superbi disegni per quella che avrebbe dovuto essere una corona di palazzi intorno alla capitale, come il Castello di Rivoli e la Reggia di Venaria, solo in parte realizzata. Il messinese frequentò anche Lisbona, Londra e Parigi, ma non trascurò mai Torino, ove nel 1729 realizzò quello che probabilmente fu il suo capolavoro: la Palazzina di caccia di Stupinigi con un grande e luminoso padiglione e quattro ali intorno protese ad avvolgere la pianura circostante. Nel 1735 accolse l’invito della Corte di Spagna per la realizzazione di un nuovo Palazzo Reale; qui progettò anche la Granja di Segovia la cui facciata appare simile a quella di Palazzo Madama. Il segno di Juvarra era divenuto ormai quello del Settecento europeo. A soli 50 anni, nel gennaio del 1736, morì a Madrid in seguito a una polmonite. La sua tomba, insieme a quella di Velasquez, si sarebbe perduta nelle sommosse avvenute durante l’occupazione napoleonica.

E forse in qualche modo è una sorta di risarcimento per Messina, un tempo umiliata dalla Corona di Spagna, il fatto che ancor oggi i sovrani di Spagna risiedano in un palazzo realizzato da quel messinese di genio.

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