Siciliano di Polizzi Generosa, Dolce racconta la sua Sicilia fatta di odio e amore, di appassionati ricordi d’infanzia e della bottega di sarto del padre, grande fonte della sua ispirazione. Alla fine, dice, sono sempre uno di voi.

di Daniela Tornatore

Quei bagliori colore oro, restituiti dal tufo calcareo della Valle dei Templi nel tramonto di luglio, non potrà mai dimenticarli. Venti minuti, non di più. Una magia della natura. “Ricordo ancora che urlavo come un matto perché le due modelle che dovevano aprire la sfilata non erano pronte. Avrei rinunciato a tutto, non a quella luce”.

L’altra metà di Dolce&Gabbana, Domenico senza Stefano, Dolce senza Gabbana – solo per questa volta – adesso è nel suo ufficio di Milano. Ripensa all’evento dell’estate scorsa ad Agrigento, il terzo organizzato in Sicilia dalla coppia di stilisti, dopo quello di Taormina nel 2012 e di Palermo nel 2017. Ma non chiedetegli quale sia il suo preferito, perché vi dirà che le sfilate sono come i figli e tu li ami tutti nella stessa maniera.

Domenico Mario Assunto (non è un participio passato, è un omaggio all’Assunzione della Vergine Maria) è ‘Dolce’ come il suo cognome e ‘generoso’ come la sua Polizzi. Ama la storia classica e attribuisce agli antichi greci il merito di avere inventato la bellezza. Voleva fare l’architetto, ma il destino aveva in serbo per lui qualcosa di diverso. A vent’anni il mondo della moda lo ha portato lontano dalla sua terra, ma non ha mai reciso quel legame. Anzi, lo ha rafforzato.

La Sicilia, un elemento inevitabile nella sua storia. E non solo perché ci è nato.

Tutto è cominciato lì. La mia vita, la mia professione, la mia carriera. Ed è lì che tutto torna sempre. Sono nato a Polizzi Generosa nel 1958, ero un bambino timidissimo. Nella sartoria di mio padre ho imparato fin da piccolo a cucire e a tagliare, mentre nel negozio di mia madre sono diventato bravo a vendere e ad allestire le vetrine. Nella mia famiglia c’era una sola regola: lavorare. Quando gli altri bambini venivano a chiamarmi per giocare, mia madre Sara li fulminava. Però la nostra tavola era sempre aperta a tutti, sia a pranzo sia a cena. All’età di 13 anni mi sono trasferito a Palermo dove ho frequentato prima il collegio al Convitto Marconi, in via Filippo Parlatore, e poi il liceo scientifico Malaspina. Ma in estate tornavo a Polizzi a dare una mano ai miei genitori. Ero uno, nessuno e centomila. Introverso, ma anche un ottimo incassatore. Mio padre Saverio, che era un uomo taciturno, vide in me quello che io non vedevo. Mi dava moltissimo spazio, mi faceva acquistare i tessuti, incontrare i rappresentanti, anche se ero soltanto un ragazzino. E mi faceva sbagliare fino alla fine. Non so quanti soldi gli ho fatto perdere. Poi però mi faceva rimediare. Quando ormai stavo per concludere il liceo, ho scoperto le riviste di moda che arrivavano in sartoria. La più famosa era Gap. Fu attraverso un trafiletto che scoprii l’esistenza a Milano della scuola per stilisti Marangoni & Secoli e decisi di iscrivermi. Era il 1978. Partimmo da Polizzi alle cinque di mattina, presi a Punta Raisi il primo volo per Milano. Mollai così per sempre la velleità di diventare un architetto.

Ma non la Sicilia…

No, per niente. Nemmeno quando ho amato un milanese come Stefano, innamoratissimo di questa terra anche più di me, che invece qualche volta l’ho odiata. Quando abbiamo iniziato ad andarci insieme, una delle nostre tappe preferite era il Bar Mazzara di via Magliocco a Palermo. Stefano mangiava tanti di quei dolci, che andavamo già con la Citrosodina in tasca. Anche Dolce&Gabbana, in fondo, è nata a Palermo.

In che senso?

Proprio durante uno di quei viaggi, mentre passeggiavamo in via Ruggero Settimo, Stefano ha notato la locandina di una mostra con una bellissima foto che ritraeva una ragazza affacciata a un balcone barocco, nuda, con lo scialle nero addosso. E mi ha detto: “È questo che noi dobbiamo fare”. Io ho pensato: è pazzo! Ma aveva ragione lui, era quella la nostra strada. La foto era di Letizia Battaglia. è stato in quel momento che abbiamo scoperto il nostro vero Dna, ed è stato lì che ho iniziato a convertirmi.

Perché ha odiato la Sicilia?  

Perché era esattamente tutto il contrario di ciò che concepivo da ragazzo. Ero moderno. Quando vedevo ceramiche di Caltagirone, carretti siciliani, a me sembrava di vedere il demonio. Fuggivo da qualcosa che non mi dava la possibilità di realizzarmi. Tutto quello che sono oggi l’ho sognato dal gradino del negozio di mia madre. Non avevo mai fatto una vacanza, mai visto il mare da Polizzi. Nessuno scapperebbe via dalla propria terra. Quando lo fai è perché non ti senti capito, ti senti quasi offeso, umiliato, rifiutato. I sogni aiutano a vivere, ma se un ragazzo non può esprimerli, vive male. È giusto che i giovani vadano dove possono costruire i propri. Il grande problema, semmai, è non perdere l’identità, le radici. Io sono fatto di pomodoro, di melanzane fritte, di polpettone, non sono fatto di hamburger. Il mio Dna è quello di siciliano purosangue.

Con questo non si riferisce all’omosessualità, mi sbaglio?   

Affatto. Da questo punto di vista sono stato incoraggiato e sostenuto tanto. Credo di avere intuito di essere omosessuale già alla nascita, ma non potevo capirne bene il significato. All’età di ventuno anni ho detto a mia madre: penso di essere gay. Eravamo in cucina, dopo pranzo. Lei si è girata verso di me mentre lavava i piatti e mi ha detto: “Hai provato a stare con un uomo?”, io le ho risposto di no e lei: “Che cosa aspetti?”. Dopo un anno e mezzo mi sono fidanzato con Stefano, che mia madre ha amato come fosse un altro figlio. Prima di allora ero una persona infelice perché non riuscivo a trovare il mio equilibrio e a realizzare i miei sogni.

Torniamo alla sartoria di papà…

Un concetto che oggi sembra antico, roba da paesani. Eppure io ci sono nato e quell’habitat ha condizionato tutta la mia vita, nel senso migliore del termine. Il mio primo pantalone l’ho realizzato, aiutato dalle sarte, a sei anni. Non vedevo altro che spilli, forbici, tessuti. Tagliavo e cucivo. Mi sono bruciato le mani con i ferri da stiro non so quante volte, impunturato le dita con gli aghi. Poi ho girato il mondo, fatto tantissime cose, ma in fondo è come essere tornato a fare quello che faceva mio padre. La memoria del bimbo che sono stato viene fuori, il cerchio si chiude e questo mi rende felice. In sartoria ritrovo la pace.

L’ha ritrovata anche a Polizzi Generosa?

Sì, finalmente. Hanno capito che non sono cambiato, che è cambiato soltanto il mio lavoro. Ma la mia persona non c’entra niente con questo. Mi fanno sorridere quando torno in paese e mi chiedono un selfie. Io sono uno di voi! Non sono un estraneo! Lì ancora oggi mi chiamano Mimì. Ma quello non sono più io. La mia felicità è arrivata quando ho potuto affermare il mio nome. E il mio nome è Domenico.

Nel 2020 saranno 35 anni dalla prima sfilata Dolce&Gabbana. Era il 1985, da allora ne avete fatta di strada.

Mi sembra ieri. Abbiamo iniziato con zero lire in tasca. Uno lavava, l’altro stirava. Ma con i sacrifici, con l’amore e la passione, rischi di diventare famoso. In fondo avere successo non è una cosa complicata, basta dedicare totalmente la propria vita al talento. Serve disciplina, non ci sono scuse. Priorità alla propria passione e forse rischi di arrivare. Non c’è altra medicina.

Parliamo di Stefano. Capisco che gli affari siano affari, ma voi siete riusciti in un’impresa che non è da tutti: portare avanti la vostra azienda da ex compagni di vita, dividendo tutto, senza mai separarvi davvero. Di solito è più facile chiudere e basta. Non è un caso, forse, che entrambi siate figli di coppie rimaste insieme per tutta la vita.   

Siamo stati bravi tutti e due. Abbiamo costruito una forma di rispetto enorme. L’amore vero, in fondo, non è altro. Puoi avere tutti i soldi del mondo, ma senza quello non vai da nessuna parte. Io e il Gabbana siamo sempre stati complici, anche in questa intervista che ci vede separati.

Lei è fortunato…

Moltissimo. Ed è giusto che a 61 anni distribuisca un po’ di fortuna agli altri. Anche se, più che fortunato, direi che sono un predestinato.

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