Una villa a Mondello dove gli esterni la fanno da padrone. Si cammina tra piante esotiche alla scoperta di un vero e proprio tesoro di rarità botaniche. Benvenuti nella casa di Carlo Pavone, medico di fama, paesaggista per vocazione.

di Antonella Filippi

Chissà se quando decise di dar forma a un giardino dal tocco ammaliante, Carlo Pavone ha – illuministicamente – pensato di seguire le orme di Voltaire e di quel suo precetto, rivelato da Candido, “bisogna coltivare il proprio giardino”, metafora di perseguire il proprio obiettivo, coltivare il proprio talento e i propri interessi, dare così corpo ai sogni. O, in questo caso, di creare un antidoto alla realtà, quando da essa vuoi prendere le distanze perché a intelligenza artificiale e realtà virtuale preferisci un giardino in cui i colori di Matisse si mescolano a quelli della natura – non sono così lontani gli improvvisi matrimoni di colori dell’artista francese e le sfumature di un roseto: un’emozione estetica, entrambi – regalando attimi di sicuro stupore.

Oggi Carlo Pavone, che non è mica un paesaggista ma fa l’urologo – per la precisione è professore di Urologia all’Università di Palermo e membro del Senato accademico ed è stato direttore dell’Unità operativa e della Scuola di specializzazione di Urologia oltre che coordinatore del dottorato di ricerca in Scienze urologiche – si ritrova a muoversi tra bulbi e semi, immerso nel suo giardino di agrumi, piante acquatiche, rose ed essenze profumate, da lui stesso pianificato, un luogo da vivere e da ammirare, con sentieri da esplorare, pergole ombrose, pareti vegetali. Ogni albero e ogni foglia gli sono cari: “I giardini sono vivi, crescono e si evolvono nel tempo, sono un’esperienza straordinaria”, dice. Quelle figlie del vento, le tillandsie che, come amanti appassionati, abbracciano un ulivo, somigliano a un’opera d’arte: “Crescono nel Golfo del Messico, siamo abituati a vederle in film hollywoodiani, tipo Intervista col vampiro, ma lì pendono dalle querce, io le ho adattate all’ulivo, crescono sulla sua corteccia”. Sembra che la mano che ha realizzato il giardino sia stata mossa e influenzata da varie passioni: il mondo islamico, la botanica, il potere della luce e dei colori.

L’oasi di Pavone, a Mondello, guardata a vista da Monte Pellegrino, circonda una villa costruita dal nonno nel 1933, quando la strada per l’Addaura si fermava lì e di fronte c’erano gli hangar per gli idrovolanti. Il padrone di casa ha una storia familiare che vale la pena di raccontare. Premessa: pare che il primo “urologo ante litteram”, un certo Euriode, abbia praticato proprio in Sicilia: “Un buon auspicio per una terra dalla quale nei secoli a venire sarebbe partita l’ispirazione per la crescita di questa branca della medicina”, commenta. “Sono, immeritatamente, un urologo siciliano di quarta generazione. Non si conoscono altri esemplari. In Italia, l’urologia, a livello ospedaliero e universitario, nasce in Sicilia. E io ho quattro illustri antenati: il mio prozio, Michele Pavone Tesauro senior, da Bagheria, destinò un milione e trecentomila lire alla fondazione di un reparto ospedaliero di urologia, al Civico, il primo in Italia. Fu anche il primo a ottenere la libera docenza in Clinica delle malattie delle vie urinarie, insegnamento che egli stesso fece istituire presso la Regia Università di Palermo. Il mio bisnonno era Damiano Macaluso, rettore dell’Università, che introdusse in città le rivoluzionarie attrezzature Rontgen per i primi radiogrammi dell’apparato urinario. Arriviamo così a mio nonno, Michele Pavone junior, primo cattedratico di Urologia in Italia, uomo di straordinaria energia, chirurgo abilissimo e scienziato, scrittore prolifico e versatile, fu anche eroe di guerra, politico, poeta e benefattore. E poi mio padre, Michele Pavone Macaluso, il mio principale maestro: la sua statura scientifica, la sua cultura enciclopedica e il suo straordinario amore per la materia, non saranno facilmente dimenticati”.

Quando i geni contano non solo nel mestiere che si sceglie ma anche negli hobby: “Nel 1910, da ragazzo, mio nonno ha raccolto e catalogato ogni tipo di pianta presente alla Favorita, a Mondello e a San Martino delle Scale, facendone un erbario che è mia intenzione donare all’Università. Ecco, la mia passione devo averla ereditata da lui”. E si lancia nel racconto del suo parco, sciorina nomi strani di pomelie thailandesi o caraibiche – jeanne moragne, atzec gold, scott pratt, black purple, key west red, bali palace, palermo princess – mostra varietà rare e colorate: “Ma ho anche degli hibiscus particolari, risultato di vari incroci, tra cui il tiny tina col fiore più piccolo in assoluto”.  E che spettacolo quella bouganvillae viola su cui si posa la farfalla macaone, tigrata, elegante e variopinta.

Cammini tra curiose creature di madre natura e pennellate di colori intensi: di qui, poggiati su un tavolo, bonsai di ulivo, leccio, carrubo, di là il bambù nero e quello striato, più in là l’angolo degli aromi, e poi gli agrumi – dal limone a buccia rossa a quello a pera, dal pomelo al finger lime, alla mano di budda, al lime di Tahiti allo yuzù – e le piante acquatiche: tife, equisetus, ninfee nane, capelvenere, papiri. Oltre al cancello una cicas azzurra.

Riccardo, il figlio più piccolo, ha una certezza: non vuole diventare urologo. In compenso si diverte con le tartarughe e i canarini di papà: già perché lì, sotto il Pellegrino, non c’è solo vegetazione, c’è anche la fauna: “Possiedo, sistemati in un padiglione in giardino, 150 canarini ‘nero opale a fattore giallo intensi e brinati’, e in bacheca ho un terzo posto al campionato italiano di Ornitologia; e poi quaranta tartarughe, che a novembre cadranno in letargo: sono hermanni, rigorosamente munite di documenti Cites e microchip. Anni fa i canarini erano quattrocento, tra loro c’era anche un campione italiano: sono morti tutti quel 22 giugno del 2007 dopo 36 ore di 50 gradi che fecero seccare perfino una palma piantata nel 1933”.

Passione genetica. Ma non troppo: “A sei anni per l’onomastico i nonni mi regalarono un canarino, a Natale li costrinsi a comprare la femmina, si riprodussero e cominciai ad allevarli. Alla stessa età ho comprato gli uccellini ai miei figli più grandi, Alice, Silvia e Michele: nessuno di loro li ha degnati di uno sguardo”.

Il giardino è un lusso, qualunque sia la dimensione, perché richiede tempo e il tempo è prezioso. “Ho dei collaboratori come Cosimo Verace per le piante e gli animali, mi affido alla consulenza botanica di Domenico Sommatino e al vivaista Giampietro Petiet, di origine olandese. Senza di loro non ce la farei”.

Carlo Pavone è tra i ventun superstiti della sciagura aerea di Punta Raisi del 1978 in cui morirono 108 persone: all’epoca aveva vent’anni e studiava Medicina all’università di Roma. “Dopo aver rimesso piede su un aereo già un mese dopo quel disastro, e dopo aver viaggiato in lungo e largo per il mondo, circa vent’anni fa, al ritorno da un congresso in Canada, decisi di non volare più. Chi me lo fa fare? E quando mio padre è stato insignito di un importante premio a Stoccolma, nella sala dei Nobel, l’ho raggiunto in treno: che esperienza bellissima guardare tutta l’Europa dal finestrino di un treno”. Tempo lento, come un giardino da coltivare.

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