Viene chiamato così il Marsala “Pre-British”, precedente le produzioni storiche degli inglesi. Un vino dei contadini, fatto invecchiare perennemente, con rabbocchi del nuovo anno, e bevuto nelle grandi occasioni. Da riscoprire.

testi Giulio Giallombardo

L’infinito in un vino, ovvero l’eterno ritorno del perpetuo. L’antenato del Marsala, il cosiddetto pre-British, vuole riprendersi la scena, raccontando la sua storia secolare e originaria. Il Marsala che conosciamo – quello che ha fatto la fortuna di John Woodhouse, Benjamin Ingham e Joseph Whitaker – è infatti figlio di un vino primitivo e povero, ma che i marsalesi bevevano soltanto nelle grandi occasioni. Un vino detto “perpetuo”, che non finiva mai, invecchiando insieme alla botte dove veniva conservato, per poi essere rabboccato, di anno in anno, con vino di nuova produzione, così da conservarne le caratteristiche. Un modo per renderlo eterno e tramandarlo di generazione in generazione.

Un vino di cui Woodhouse s’innamorò, intuendo da commerciante esperto qual era che a Marsala c’erano tutte le condizioni territoriali, culturali e climatiche per fare un ottimo prodotto in grado di competere con i noti Madeira, Sherry e Porto di cui gli inglesi erano assidui consumatori. Decise, così, di imbarcarne una cinquantina di barili da portare in Inghilterra, aggiungendo però al vino dell’acquavite, così da aumentare il tenore alcolico e conservarlo meglio durante il viaggio. Quel vino che arrivava dalla mitica Sicilia, piacque così tanto agli inglesi che Woodhouse decise di tornare nell’Isola e iniziare una vera e propria commercializzazione. Iniziò, così, sul finire del Settecento, la fortuna del “nuovo” Marsala, proseguita poi nel secolo successivo anche con Ingham e Whitaker, che aprirono il loro stabilimento, a cui fece concorrenza quello del nostro Vincenzo Florio.

Ma il Marsala degli anni d’oro, come quello che ancora oggi gustiamo, poco aveva e ha a che vedere con il “perpetuo” pre-British. Un vino non fortificato, senz’aggiunta di ulteriore alcol, né conciato con mosto cotto o zuccheri, che arrivava naturalmente a gradazioni intorno ai 15-16 gradi, in virtù del clima e delle condizioni del territorio, conservato nella piccola botte di famiglia, da circa trenta litri, che nella zona chiamavano carateddu. “Un vino originario, sicuramente il più identitario di questa parte della Sicilia”, spiega Giorgio Fogliani, sommelier e scrittore. “Pre-British, chiaramente, non è una denominazione ufficiale, ma un modo per identificare quel vino delle origini, che si faceva a Marsala prima che arrivassero gli inglesi, ma che poi, in realtà, si è continuato a produrre nelle case dei marsalesi”, puntualizza Fogliani, che a quel territorio così prolifico ha recentemente dedicato anche un libro, Il futuro di Marsala: vini spumanti, bianchi, rossi, ossidativi. Un lavoro che riprende in parte anche la storia del pre-British, sottolineando però che il territorio della cittadina trapanese può produrre degnamente tutte le tipologie di vino.

“Non saprei dire se il pre-British stia davvero tornando di moda, sicuramente c’è una timida, ma incoraggiante ripresa, bisogna avere ancora un po’ di pazienza e di speranza – osserva il sommelier -. Sicuramente, il più grande merito nella riscoperta del perpetuo è di Marco De Bartoli, che ci era arrivato già a fine anni Settanta, con il suo Vecchio Samperi, praticamente un pre-British, rimasto per molto tempo l’unico vino realizzato in modo originario. Poi, a parte i figli di De Bartoli, che continuano a portare avanti l’eredità del padre, all’inizio del 2000, si sono affacciati altri produttori che oggi stanno raccogliendo questo testimone”.

Un modo per tenere viva una tradizione antica, con un pizzico di orgoglio identitario, come a voler dire che gli inglesi, in fondo, non hanno inventato nulla di quanto già non esistesse. “Ci sono testimonianze storiche secondo cui un secolo prima dell’arrivo degli inglesi, quindi già alla fine del Seicento, i marsalesi esportassero vino a Malta – racconta Fogliani -. Per fare questo si presume che avessero già una buona produzione di vino, ovviamente non fortificato, dunque è probabile che si trattasse proprio del perpetuo”.

Un vino patrimonio di memorie antiche, custodito e tramandato solo grazie a un paziente lavoro di ricerca. Così prezioso da diventare dote per i figli che si sposavano e a cui i genitori affidavano il compito e la responsabilità di alimentare un altro pezzetto di eternità al loro tesoro di famiglia. “Era un vino contadino, ma non per tutti i giorni – tiene a precisare ancora Fogliani -. Veniva bevuto soltanto nelle occasioni importanti, la domenica per esempio, oppure durante le feste, come battesimi o matrimoni. Era il loro vino migliore, che non andava consumato rapidamente, una bevanda nobile, senza annate, in cui i contadini marsalesi mettevano tutta la loro cura”. Il risultato era un piccolo capolavoro di profumo e gusto, forte e robusto, figlio del sole e della terra di Marsala, tanto prezioso che veniva anche usato come derrata alimentare per pagare il lavoro nei campi. Un vino senza tempo con il soffio dell’immortalità.

 

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