Ecco l’anteprima della mostra sullo straordinario restauro del soffitto della Sala dei Baroni allo Steri di Palermo. Un lungo e complesso racconto per immagini della vita e delle abitudini della corte dei Chiaromonte. Un viaggio nel Trecento siciliano.

testi Simonetta Trovato foto Steri

Tutto nasce e tutto porta alla Sala dei Baroni dello Steri di Palermo, dove vive l’unico soffitto dipinto medievale di un edificio laico che si è conservato al mondo, un’enfilade di scene meravigliose che richiamano la Bibbia, le terzine di Dante, l’epica cavalleresca popolata da dame e cavalieri. Un’enciclopedia – dipinta – grande più di 270 metri quadrati; un sillabario, contiene ogni accenno, ogni aneddoto, ogni storia, ogni oggetto per raccontare un secolo. Finora saltato a piè pari: perché dalla grandeur normanna e sveva si passava al Quattrocento.

Come se in Sicilia quel periodo meticoloso e tranquillo che altrove da Giotto trascolora verso il Rinascimento, non avesse trovato spunti se non da lontano, attraverso una lente fumosa che osservava (e copiava) le corti toscane e i cenacoli romani.

La mostra “Chiaromonte – Lusso, prestigio, politica e guerra nella Sicilia del Trecento – Un restauro verso il futuro” nasce con l’impeto di chi vuol rimettere le caselle al loro posto e, nello stesso tempo, colmare lacune storiche, documentarie, ma anche squisitamente temporali. Guardando al famoso Soffitto – che fu tribunale della Santa Inquisizione e sta tornando alla luce, padrone dei colori originali – oggetto di un restauro meticoloso quanto straordinario, che nell’ultimo mese di mostra sarà completato e farà parte della visita della mostra. Soffitto quindi, che è il punto di partenza e di arrivo: non soltanto perché fu voluto da Manfredi Chiaromonte, ma anche perché narra un’epoca intera, quella in cui i potenti baroni di Caccamo e Modica competono e combattono re Martino; guerra inutile, la testa di Andrea Chiaromonte nel 1392 rotolerà nel paniere di fronte al suo palazzo, quello Steri che oggi lo racconta.

“Questa mostra è la conclusione più naturale di un percorso iniziato con il restauro – interviene il rettore Fabrizio Micari -; è nello stesso tempo, un momento di sintesi dell’attività di studio e ricerca scientifica che ha accompagnato i lavori, ma anche il segno della collaborazione tra l’Ateneo e le principali istituzioni del territorio, dall’assessorato regionale ai Beni culturali alle Diocesi siciliane. Per disegnare, e riscoprire, il contesto culturale della famiglia Chiaromonte, che ha avuto un ruolo primario nelle vicende storiche siciliane del Trecento”.

Torniamo alla mostra che da metà ottobre a gennaio occuperà tre spazi del palazzo, costruendo un preciso itinerario tematico e temporale attorno al famoso soffitto, il cui restauro dovrebbe essere completato a metà dicembre, in occasione dell’apertura dell’anno accademico, si spera alla presenza del presidente Mattarella. La mostra prepara, accompagna e si insinua nella visione definitiva della Sala dei Baroni recuperata. Organizzata dall’Università in collaborazione con l’assessorato regionale ai Beni culturali – coinvolti il SiMuA, diretto da Paolo Inglese, e l’Area tecnica, diretta da Antonio Sorce, che ha curato l’allestimento con la soprintendente Lina Bellanca e Marco Rosario Nobile che cura la mostra al fianco di Maria Concetta Di Natale e Giovanni Travagliato – l’esposizione tratteggia attraverso opere originali, riproduzioni e filmati, l’ascesa al potere di una signoria che con le sue strategie politiche e le committenze architettoniche e artistiche caratterizzerà l’intero Trecento siciliano.

In realtà la storiografia sta lentamente smontando il cliché di un baronaggio compatto, anarchico e prepotente, ma questo processo di rilettura va avanti a capitoli, non è ancora completato. E questa mostra avrà il compito di segnare delle tacche: a partire dall’albero genealogico dei Chiaromonte, che non è poca cosa, visto che non è mai stato redatto in maniera così completa: lo cura Patrizia Sardina che tratteggia dalle pieghe di unioni e matrimoni il sistema di potere creato in Sicilia dai potenti baroni originari della Piccardia, giunti in Italia al seguito di Roberto il Guiscardo: i Chiaromonte controllavano attentamente il territorio, attraverso le contee di Caccamo e Modica e le signorie urbane di Palermo e Agrigento, e tramite oculate alleanze con note famiglie ghibelline.  E fu Manfredi III, ammiraglio, vicario e duca di Jerba, a commissionare il soffitto ligneo, mentre poco si sa ancora di Andrea, probabile figlio naturale di Federico III, ultimo erede della famiglia con il cugino Enrico che riuscirà a fuggire a Napoli.

Insomma, i Chiaromonte sono ingombranti, e non solo per lo stile che schiaccia l’occhio al gotico – in mostra la mappa esatta dei famosi castelli disseminati in Sicilia e non solo,  realizzata da Marco Rosario Nobile, e un plastico a sezione dello Steri – ma anche per la rete di relazioni che toccano Napoli, la Toscana, il sud della Francia e, naturalmente, il Regno d’Aragona; e che portano, o fanno arrivare in Sicilia, artisti di estrazione diversa che segneranno o influenzeranno lo stile di un secolo. O almeno parrebbe finora: perche la mostra della Steri cercherà di dimostrare che l’intero Trecento siciliano ha una sua personalità spiccata, e non è necessariamente legato a influenze esterne.

L’esposizione naviga attraverso l’intero complesso dello Steri e va avanti sicura di un comitato scientifico di esperti: si parte dalla chiesetta di Sant’Antonio Abate, che ospita l’arte sacra del periodo legata alla committenza nobiliare dell’epoca. Pezzi splendidi, in arrivo da tutta la Sicilia; dalla Cattedrale giunge il bellissimo crocifisso donato nel 1311 da Manfredi I Chiaromonte alla cappella di famiglia, nella chiesa di San Nicolò alla Kalsa. “Gotico doloroso: è degno di un percorso processionale, lo esporremo issandolo su un tronco d’albero, al centro della cappella, cercando di recuperare il disegno dell’ambiente originario – spiega Maria Concetta Di Natale -. Nello stesso spazio saranno esposti codici miniati, tavole, croci dipinte e suppellettili liturgiche, calici e reliquiari. Tra i pezzi più belli, una Pace con Aghiosoritìssa, originariamente icona portata a Palermo dal patriarca di Alessandria, Atanasio Chiaromonte”.

Da Agrigento giunge una Madonna del Latte su tavoletta di fattura siciliana, dalla Matrice di Butera un reliquario del capo di sant’Orsola in legno; cofanetti in avorio, un’elsa di spada, e molto altro da chiese e musei di Palermo, Monreale, Agrigento, Nicosia, Caltagirone e Piazza Armerina, da Palazzo Abatellis, dalla Biblioteca regionale e dal Museo Diocesano, mentre da collezioni private giungono preziose tavolette dipinte recto/ verso, e i gonfaloni processionali, tramite i quali si cercherà di ricreare l’atmosfera originale di una chiesa del periodo chiaromontano.

Il sacro nella cappella, il profano nella Sala delle Armi, dove verrà smontata la quadreria per accogliere nove tavole del soffitto dipinto, rappresentative della letteratura medievale. “Il soffitto è l’unico esempio rimasto, di queste dimensioni, in un palazzo civile: l’autocelebrazione del signore, in questo caso Manfredi Chiaromonte si legge in ogni tavola – interviene Costanza Conti, direttore dei lavori di restauro della Sala dei Baroni e responsabile del settore restauri dell’Area tecnica di Ateneo -. Si è trattato di un restauro conservativo, in stretta collaborazione con la Soprintendenza, che mira a fermare il degrado e consentire la rilettura dell’intero ‘racconto’ dipinto”.

Sempre nella sala delle Armi verrà anche imbandita una tavola da pranzo, sia con le raffinate ceramiche “padronali” scoperte durante gli scavi dello Steri e conservate al Salinas; che con altre suppellettili domestiche di uso popolare. Lo stesso vasellame che è riprodotto nelle tavole del soffitto. E ancora capitelli, frammenti architettonici, disegni, incisioni, la ricostruzione 3D del soffitto, realizzata da Fabrizio Agnello; e molti documenti dell’epoca recuperati dall’Archivio di Stato di Palermo e dai diversi archivi storici dell’Isola. “è la prima mostra sui Chiaromonte e sul Trecento – spiega Giovanni Travagliato – e racconta il primo gotico siciliano che mette insieme elementi svevi, cultura toscana e napoletana, ma li rilegge in maniera autonoma”. Il Soffitto è quasi uno specchio dell’esposizione: ecco rappresentato il gioco degli scacchi, ecco i tornei, i nobili signori, i costumi dell’epoca, i monili e le sculture, che guardano da lontano le suppellettili liturgiche, gli argenti, le icone sacre.

La mostra si chiuderà proprio con il Soffitto: ritornano a casa quattro tavolette cosiddette “fuori posto” che fanno parte della collezione dell’Abatellis e non furono mai ricollocate (e che ora potrebbero tornarvi); a inizio ‘900 Patricolo le staccò perché erano molto rovinate e non furono mai più ricollocate. Ma soprattutto verranno esposte – con la possibilità di scoprirle da vicino – otto copie (perfette) delle “travi”, i pannelli dipinti dell’impianto su cui stanno lavorando i restauratori, e una trave originale che verrà staccata apposta per permetterne la visione da vicino; accanto, lo stemma della casata dei baroni, e due chiavi di volta di arco, della Sala delle Armi, un tempo anch’essa carcere della Santa Inquisizione.

 

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