Con gli occhi di: Salvo Gravano.  Una galleria di immagini che ci spingono ad alzare la testa, ad allargare l’orizzonte delle nostre percezioni. Un invito a “tornare a riveder le stelle…”

testi Salvatore Rizzo foto Salvo Gravano

La nostra socialità ci ha ormai assegnato uno sguardo orizzontale, quello che ci tiene incollati allo schermo di un computer, di un tablet, di uno smartphone, uno sguardo che si spinge – al massimo – con una lieve inclinazione, con una curva appena percettibile, con un’angolazione di pochi centimetri – poco più in basso a cercare sulla tastiera una lettera o un segno grafico che sfuggono all’automatismo della scrittura. Non più abituati ad affacciarci ai balconi o alle finestre – luoghi di frettolosi passaggi – e dunque ad avere una percezione del basso come quella di un tempo – e disabituati anche a scrutare la volta stellata, il volo di un uccello o di un aquilone o, a voler essere più prosaici, il soffitto della nostra stessa stanza e perciò a stare con il naso all’insù.

Look up!”, “guarda su!”, suggerisce adesso Salvo Gravano con le sue fotografie che scrutano dieci, venti, cento metri su di noi e quel punto esclamativo che esorta è quasi un rimprovero, un monito, una scossa che ci invita a risvegliare per l’appunto uno sguardo che si è certamente impigrito in questi due decenni del nuovo millennio, che ha delimitato pericolosamente insieme con il suo campo visuale anche quello della conoscenza, della riflessione, dell’indagine. E che ha smesso di stupirsi. Metafore fotografiche che sembrano dire “guardate cosa vi perdete giorno dopo giorno e cosa continuate a perdervi”.

Gravano è un fotografo sui generis. Intanto perché è un appassionato ma un appassionato colto e curioso, di quella cultura e di quella curiosità che parlano attraverso lo strumento, che interpretano per mezzo della macchina, qualunque essa sia, dalla più sofisticata a quella d’uso più comune, anche lo stesso obiettivo di uno smartphone, perché no? Nella sue foto di scorci cittadini – che negli ultimi tempi si sono però estesi a teatri più vasti, meno urbani e più naturali – la realtà è come tradotta in più segni che vanno oltre la percezione dello scatto, quasi moltiplicata attraverso più significati che può evocare la fissità dell’immagine, vuoi un particolare architettonico, vuoi l’anfratto di un vicolo, vuoi dove l’opera dell’uomo si mischia con quella dell’ambiente. L’obiettivo questa volta è più alto, e non solo perché vuole cogliere qualcosa al di sopra di noi, non è un’altezza stimabile soltanto in metri, a decine o a centinaia: è come se, sollecitandoci ad osservare sopra le nostre teste, Gravano volesse suggerirci di guardare oltre, di non limitarci a una sensazione terrena, di cercare incognite, belle o brutte, di lasciarci sorprendere da una visione globale o particolare, nel totale o nel dettaglio.

L’occhio che Gravano rivolge verso l’alto non fa disparità – se non quelle estetiche e tecniche, sta poi a chi guarda trarne una personale suggestione – tra l’azzurro del cielo incastonato come una pietra preziosa in un anello tra le griffe dei palazzi del Teatro del Sole a piazza Villena, proprio come fosse un turchese che fa bella mostra di sé in una elegante montatura, e il folle alveare che le guglie della Sagrada Familia di Gaudi ricamano all’interno del tempio mai finito a Barcellona; tra il monumentale lampadario della residenza reale a Monaco di Baviera nel quale forse si perdeva la vista folle e depressa di Ludwig e lo sfarzo post-risorgimentale di quell’elegante “lucernaio” in cima all’Ottagono della Galleria, a Milano; tra la modernità austera, essenziale della cupola della Madonna delle Lacrime a Siracusa e l’incanto stellato del blu cobalto che allaga lo Spasimo di Palermo approfittando della sua nudità architettonica; e, per rimanere a Palermo, tra l’enfasi pittorico-decorativa fine Ottocento dei “petali” del soffitto del Teatro Massimo all’ingannevole prospettiva della scala delle Poste Centrali, quasi un rovesciamento di piani che insidia le percezione, come a sottolineare anche la doppiezza, l’ambiguità di una visuale, come a dire di non fidarsi mai di ciò che l’occhio vede o intravede perché l’occhio, come l’obiettivo di una macchina fotografica, deve anche saper sviluppare quello che è soltanto uno dei nostri cinque sensi. In questo “lassù” fatto di creazione sovrannaturale e umana, l’occhio allora si perde, allarga nuovamente il campo d’azione, riscopre quasi un “visus” che s’era intorpidito, non ha più quella fissità cui lo abbiamo costretto con le nostre anguste paratie, quelle che dalla realtà virtuale abbiamo purtroppo trasferito a quella vera. “Per aspera ad astra”, si potrebbe dire, solo che qui le asperità dello studio, la fatica della ricerca, la disciplina dell’analisi sono tutte a carico dell’autore e a noi non resta che il piacere finale di vedere (o tornare a vedere) quel che quasi non vedevamo più.

Gravano confessa di stare sperimentando adesso un’avventura per lui inedita: riuscire ad arrivare dove l’occhio non può piegando a sé quella nuova diavoleria che è il drone, spaziando dove la nostra fisicità non arriva. Altri punti di vista, altre angolazioni, altri gradi d’osservazione. Ancora più in alto, dunque. Ma senza sfide, scommesse, ricerca di qualsivoglia primati: ancora un invito, semmai, a risalire dal tunnel di luci artificiali dell’elettronica e a uscire “a riveder le stelle”.

 

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