Quando ad un siciliano si chiede da dove provenga, difficilmente lascia senza commenti chi apprende la regione italiana di residenza. A loro il compito di “spiegare” sé stessi tocca non solo in Sicilia, ma anche quando vanno in giro per il mondo.

di Augusto Cavadi

Ai siciliani il compito di “spiegare” sé stessi tocca non solo in Sicilia, ma anche quando vanno in giro per il mondo. Infatti, quando gli si chiede da dove provengano, difficilmente lasciano senza commenti chi apprenda la regione italiana di residenza. E si tratta di commenti di segno opposto. Da una parte, infatti, è facile sentire apprezzamenti sulla bellezza dell’isola: sole, mare, templi greci. È vero che Venezia, Firenze, Napoli sono più famose di Palermo o di Catania: ma in quanto città, non in quanto appartenenti a una certa regione. Invece la Sicilia, anche grazie alla configurazione geofisica, ha una fisionomia propria: non è come dire Calabria, Umbria o Piemonte.

Però è altrettanto frequente il riferimento alla mafia: padrino, corleonesi, bombe. Che ciò avvenga a Berlino o a Mosca mi stupisce sino a un certo punto; un po’ più quando mi capita nella penisola dello Yucatan (come l’anno scorso) o nell’Uzbekistan (come quest’anno). In ogni caso è uno stupore ingiustificato: film e sceneggiati televisivi di successo vengono tradotti e trasmessi, ormai, a livello planetario.

Ogni volta questi commenti, non proprio lusinghieri, provocano – nelle piccole comitive di siciliani con cui preferisco viaggiare – reazioni variegate. Qualcuno (più spesso: qualcuna) risponde piccata: “Ma non vi siete stancati di questi vecchi stereotipi? Davvero pensate ancora che Sicilia sia sinonimo di mafia?”. Qualche altro si rammarica della situazione, ma riconosce ai siciliani stessi la responsabilità di non saper modificare i luoghi comuni persistenti nell’immaginario collettivo e si conforta all’idea che, in anni più recenti, i romanzi di Andrea  Camilleri e le relative trasposizioni sceniche possano invertire la tendenza.

Personalmente resto convinto che si debba penetrare sino alla radice della questione: la persistenza del sistema di dominio mafioso in Sicilia. Un sistema che è stato certamente intaccato e smussato, ma non ancora estirpato. Grandi, grandissimi siciliani hanno dato la vita per liberare l’Isola e l’Italia dal cancro mafioso: ma nessun eroe potrà sostituire, in ultima analisi, la decisione di un intero popolo di non subire più né le minacce né soprattutto le lusinghe delle associazioni mafiose e para-mafiose. Solo allora letteratura, cinema, stampa potranno raccontare convincentemente un’altra Sicilia. Senza comunque illudersi: da che mondo è mondo, il male è sempre più affascinante del bene.