Resta il rimpianto per la perdita di certi gesti, dall’abitudine a fare la “brutta copia” dei propri scritti alle correzioni sulle diverse versioni di un testo, non meno della conoscenza delle grafie.

di Salvatore Savoia

Sta per essere consegnata alla storia e alla nostalgia anche l’avventura delle Poste, con i suoi francobolli, le buche rosse per le lettere, i postini con la sacca in pelle: tutta una civiltà minore fatta di riti, di comportamenti e di parole sconosciute ai giovani, né più e né meno della cabina telefonica, del bigliettaio sull’autobus e dell’elegantissimo biglietto aereo, quello che pareva un carnet di assegni.

Vi fu un tempo (e qui è d’obbligo essere un’anticchia melensi) in cui per raccontare qualcosa di sé alla famiglia lontana o per brontolare con la fidanzata si usavano appositi fogli di carta spesso personalizzata, li si piegava dentro buste in cui si scriveva a penna l’indirizzo del destinatario, il cui nome era preceduto da strane parole tipo Gent.mo, Ill.ma, senza omettere un titolo, da Cav. a Colendissimo Prof., aggiungendo talora l’acronimo SPM (sue proprie mani) nel caso si pretendesse un recapito personale e riservato. Un francobollo acquistato all’ufficio postale e infine la solenne deposizione in una cassetta rossa. Viene quasi da ridere.

Tutto era cominciato, quasi contemporaneamente, nel XVI secolo in tutta Europa con la concessione del servizio di corriere da parte dei Sovrani. E per una strana congettura della Storia, in molti Paesi (in Europa erano almeno una cinquantina gli stati sovrani) tra le protagoniste di quella novità vi fu una famiglia di origine bergamasca, i Tasso (la stessa famiglia del grande Torquato) che si erano sparsi per l’Europa centro meridionale, divenendo Tassis, e da noi De Tassis, prima di assurgere, grazie alla possenza economica e al prestigioso incarico, al rango di Principi. La famiglia Thurn und Taxis, da allora fece parte del Gotha internazionale. E persino la parola “Taxi”, di universale diffusione, ha origine dall’attività di viaggiatore per conto di terzi gestita da questa casa.

A Palermo il servizio postale, sempre per li rami di Casa De Tassis, era pervenuto alla famiglia Alliata, che lo gestì direttamente dal palazzo di piazza Bologni, abbandonando l’antica sede di via della Correria Vecchia, non lontano da via Paternostro, nel quartiere della Kalsa, dove già in epoca spagnola si smistavano pieghi, plichi e messaggi, ovviamente limitati alle fasce sociali alfabetizzate. Dalla originaria concessione del titolo di “Maestro delle Poste” fatta da Carlo V nel 1549 si giunse nel 1734 a Donna Vittoria Di Giovanni, sposa di Fabrizio Alliata Principe di Villafranca. Fu costui che decise di trasferire la sede negli ammezzati del suo splendido palazzo, a Piazza Bologni, dove rimase fino al 1786, anno in cui il servizio venne assunto direttamente dal governo borbonico.

La corrispondenza in origine viaggiava solo a cavallo, poi vennero create delle carrozze apposite, le celebri diligenze che svolgevano anche le funzioni di trasporto persone. Un servizio di grande scomodità e lentezza in Sicilia, con le poche e disastrate strade dell’epoca. La “vettura di posta, issata su quattro ruote color di vomito” che trasportava Chevalley a Donnafugata, rende nelle parole di Tomasi l’idea. La necessità di far riposare i cavalli richiese la creazione di apposite stazioni di posta, ove gli animali potessero essere sostituiti e i passeggeri rifocillati. Le stazioni di posta dovevano essere poste a distanza costante l’una dall’altra (in genere una ventina di chilometri) e gestite da personale in grado di assicurare ai corrieri cavalli freschi e riposati. Col tempo le stazioni, spesso alle porte delle città, iniziarono a comprendere un’attività di ristoro e divenire dei veri alberghi, oltre che dei luoghi per il “cambio cavalli”. Di qui il frequente uso del nome “Alla Posta” rimasto alle più antiche locande e trattorie. L’allargamento del pubblico costrinse ad ampliare le carrozze, le più grandi delle quali – in servizio anche in città –  furono chiamate omnibus cioè “per tutti”. Ed è in fondo così che l’aggettivo “postale” iniziò ad essere associato all’idea di viaggio, come la vecchia nave che collegò e collega Napoli con Palermo, che tutti chiamammo appunto “Postale”.

Per la consegna della posta fu fondamentale e rivoluzionaria l’introduzione della ferrovia, mentre anche il nome di “stazione” (non più “di Posta”) rimase in uso anche col nuovo sistema di trasporto. Per le lunghe distanze rimaneva la navigazione. La macchina a vapore – un’applicazione non meno rivoluzionaria delle attuali app – su navi e treni chiuse definitivamente un mondo, più o meno quanto sarebbe avvenuto con la diffusione della posta elettronica. Nessuna nostalgia, per altro sterile, per questa scomparsa. Resta, questo sì, il rimpianto per la perdita di certi gesti, dall’abitudine a fare la “brutta copia” dei propri scritti alle correzioni sulle diverse versioni di un testo, non meno della conoscenza delle grafie – disciplina oggi ignorata – e delle varianti di un testo, oggi disponibile solo nella versione finale, a prescindere dall’impossibilità di esser certi della sua veridicità.

Ma non c’è niente da fare: anche questo testo viaggerà per mail.

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