Metafora della Sicilia e dei siciliani? Il gallo d’India – questo il suo nome latino – ne resterebbe perplesso.

di Gianfranco Marrone

L’ennesimo litigio fra Zeus ed Era diede vita al pavone. Il mito greco aveva elaborato con furbizia i suoi ragionamenti figurativi, vedendo nella ruota dell’uccello sacro all’Olimpo non un gesto d’amore ma uno di morte. Quelli erano gli occhi di Argo, essere dotato di forza prodigiosa, ma soprattutto capace di vedere – grazie ai suoi cento occhi – in tutte le direzioni, stando perennemente in dormiveglia. Gelossissima come sempre, Era uccide Argo per mano di Ermes (o di Pan, dipende), donando al pavone la prerogativa principale della sua vittima: quella, appunto, di una visione a 180 gradi, potente, vigile, sospettosa.

Pavoneggiarsi, da quel momento, è divenuto un gesto ambiguo: se apparentemente significa mostrare le proprie beltà, in effetti è mantenere un triste stato di allerta. Crogiolarsi nella Grande Bellezza è segno di inesorabile perplessità, continui dubbi e timori. Occorre guardarsi le spalle, sempre e comunque.

Metafora della Sicilia e dei siciliani? Il gallo d’India – questo il suo nome latino – ne resterebbe perplesso. Noi abbiamo più ragioni per pensarlo. Difatti, come sapeva bene Gesualdo Bufalino, l’unica è immaginare un Argo cieco (e nella foto, appunto, la ruota con gli occhi non c’è più).

 

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