di Daniela Bigi

C’è un capitolo noto nella storia dell’arte che riguarda la riflessione sui rapporti dell’uomo con la natura. Un tema che ha attraversato i secoli, ma che a un certo punto ha subito una virata, trasformandosi da questione estetica in questione politica. Un’immagine incisiva può ben testimoniare la portata assunta via via dal dibattito: è il 28 settembre del 1980 e nella Gustaf-Gründgens-Platz di Düsseldorf compare una grande tenda verde. L’ha allestita uno dei più stimati artisti tedeschi, Joseph Beuys, che insieme ai suoi collaboratori ne ha fatto il punto di riferimento per la campagna elettorale a sostegno della nascita del Partito dei Verdi.

Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta la questione dell’ambiente ha riunito di fatto un gran numero di figure nel tentativo di risvegliare una coscienza collettiva. Alcune hanno operato nel cuore pulsante dell’Occidente, altre si sono mosse in zone critiche, per esempio l’Europa dell’Est, e sono venute alla luce solo in anni più recenti. Voci scomode, isolate, dentro un mondo che godeva, ignaro e beato, dei progressi dell’industria. Quegli artisti hanno adottato le forme più disparate, da quelle esplicite e corali, fatte di proteste in piazza, di piantumazioni di alberi, di progetti educativi e creazioni di orti urbani, a quelle più solitarie e performative, a diretto contatto con la natura, o a quelle più difficili, concettuali, raccolte nella cornice riflessiva dell’immagine bidimensionale.

Oggi il dibattito si è fatto ancora più attuale, più urgente, e diventa doveroso operare dei distinguo, individuare l’autenticità delle posizioni, liberare il campo dalle facili appropriazioni della moda, che velocemente assorbe e potentemente disinnesca.

In tale contesto merita particolare attenzione il lavoro che svolge da tempo Francesco Simeti, che proprio in queste settimane è presente a New York con una personale da Assembly Room intitolata Refugium, mentre fino a gennaio una sua opera in ceramica, Uncinata, viene esposta a Roma, alle Scuderie del Quirinale, in una grande esposizione dedicata a Pompei e Santorini.

Palermitano residente a Brooklyn, da quasi quindici anni Simeti conduce una riflessione politica sulla degenerazione del rapporto uomo/natura. Come già era accaduto quando, all’inizio del suo percorso, all’alba del Duemila, mentre ancora imperversavano i rigori formali della stagione neo-concettuale, egli denunciava l’estetizzazione della guerra adottando, con coraggio, una dimensione espressiva di matrice decorativa, è dentro il medesimo registro – vicino, per certi versi, all’ottocentesco Arts and Crafts – che a un certo punto ha iniziato a indagare la questione dell’ambiente. Una strada volutamente impervia, perché il potere altamente seduttivo delle sue immagini sembrava contraddire la gravità dei temi che trattava. Ma era negli interstizi, nelle pause dei suoi grandi e retorici apparati decorativi, che doveva appuntarsi lo sguardo. Lì si annidava la trappola. Esattamente come nel mondo reale: è nelle pieghe della sua immagine perfetta che dilaga la cancrena.

Giocato sull’accumulo di opere in ceramica e stampe digitali su lino, l’allestimento della mostra newyorkese racconta di un paesaggio in cui gli elementi cercano forme di adattamento dentro un mondo violentemente mutato. Organismi vegetali di vario tipo, desunti dall’archivio di illustrazioni botaniche che l’artista raccoglie da sempre e dalle incisioni di un libro americano dei primi dell’Ottocento dedicato alla natura, danno vita a un paesaggio affascinante quanto mostruoso, che racconta di una insana tensione tra reale e artificiale. Refugium, il titolo della mostra, nel suo esplicito riferirsi al termine tecnico con il quale si indica un rifugio biologico, rende inequivocabile la comprensione dell’inquietante scenario che attende lo spettatore.

 

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