di Paolo Inglese

Sono quasi cento, 96 in verità, le varietà di vite nella rinata “Vigna del Gallo” dell’Orto Botanico dell’Università di Palermo. Non è un’operazione nostalgia, ma il dovere di conservare e mostrare una storia agricola plurimillenaria, come si manifesta nel suo patrimonio genetico. Non tutte sono o saranno coltivate, in verità lo sono una ventina, ma forse Cela Cela e Tasta e lassa per non parlare di Zu Matteo possono nascondere geni insperati, come quelli che hanno consentito all’Università di Udine di ottenere cultivar di vite resistenti alla peronospora della vite. Z come Agricoltura, il ventinovesimo dei 29 punti del nuovo governo. Non vorrei significasse qualcosa, speriamo sia l’ultimo punto ma non il meno importante. Nel programma non si parla di competitività, né tantomeno di impresa e di come ridurre la progressiva perdita di sovranità alimentare italiana che comporta inevitabilmente l’import, anche da Paesi che non danno garanzie di sicurezza alimentare e ambientale. Occorre smetterla di considerare produttività e sostenibilità come termini contrapposti. L’intensificazione sostenibile è lo strumento di sviluppo della nostra agricoltura che deve essere capace di coniugare la storia con la ricerca avanzata.

Non esiste una sola via della sostenibilità, come per la singola azienda agricola o per un comprensorio non è sempre vera l’equazione aumento rese uguale ad aumento reddito, ma per garantire gli standard alimentari attuali dei circa 60 milioni di italiani è necessario importare in quantità materie prime e prodotti trasformati. Circa il 60 per cento del frumento tenero non è prodotto in Italia, per non parlare di olio di oliva e di frumento duro. Non è certo dagli oliveti secolari o dai grani antichi che verrà la soluzione al problema, ma dalla capacità di creare nuove varietà e modelli colturali sostenibili. La chiave di volta della sostenibilità dei sistemi agrari si gioca sugli indirizzi che vogliono darsi al miglioramento genetico, coniugando l’efficacia delle biotecnologie oggi disponibili e sostenibili con l’enorme ricchezza di biodiversità, conservata, come nel nostro caso, dai centri di ricerca pubblica. Storia e presente, per costruire il futuro. Investire sull’innovazione e sulla ricerca pubblica in Italia non può più prescindere da questo.