L’Etna non è mai domo, è una montagna viva. Per Sciascia “è un immenso gatto di casa che quietamente ronfa e ogni tanto si sveglia, sbadiglia, con pigra lentezza si stiracchia e, d’una distratta zampata, copre ora una valle ora un’altra, cancellando paesi vigne, giardini”

testi Giuseppe Barbera

foto Margherita Bianca

Per molti anni non si sono trovati buoni motivi per salire sulle alte montagne se non la caccia, il pascolo, la raccolta di legna, funghi, erbe e frutti selvatici, la fuga e il rifugio. Fu solo nel Trecento che, grazie a Francesco Petrarca, l’ascesa, lenta e faticosa, divenne occasione di intima riflessione e lo sguardo avrebbe scoperto bellezze senza limiti. Petrarca era salito su un monte, il Ventoux, in Provenza, che oggi gli appassionati di ciclismo ben conoscono per una tappa mozzafiato del Tour de France. Osservò le Alpi “ghiacciate e denudate” e il mare italiano gli apparve “più al cuore che agli occhi”. Per gli studiosi è “la scoperta dell’idea di paesaggio” perché questo, per l’appunto, mette insieme natura e cultura.

Cosa sarebbe successo se fosse invece salito sull’Etna? Quale impressione avrebbe tratto dal più alto e vasto vulcano mediterraneo? Nessuno può dirlo, ma camminare tra le sciare, i boschi e i paesini etnei è una delle più belle esperienze di paesaggio che si possa immaginare. Diversi itinerari sono possibili. Si parta però dal mare. Dai giardini di agrumi che iniziano dagli alti gradini neri delle timpe, si allargano in ampi terrazzamenti, divisi da canaloni che nascondono con i fiumi di lava di tante eruzioni sorgive di acqua.

Un paesaggio agrario che è ritenuto tra i più fertili del mondo per la mitezza del clima e la terra vulcanica giovane e ricca di minerali. E poi, salendo, noccioleti, castagni di leggendaria età e dimensione, alberi di noce e meli, peri e ciliegi che portano piccoli frutti di saporitissime varietà coltivate da sempre. È la prima regione etnea dove adesso le più pregiate cantine siciliane impiantano i loro vigneti rinnovando quelli più antichi o sostituendoli ai frutteti promiscui, attorno a Bronte è coperta da alberi di pistacchio che innestati sui terebinti della macchia mediterranea si distendono sulle rocce come le granfie dei polipi. Alla fascia pedemontana, segue, procedendo verso la sommità del vulcano, la regione dei boschi che si alza fino a duemila metri di altezza. Inizia con roverelle, castagni, lecci, carpini e frassini e porta a sorprendenti pinete di pino laricio (ma quanto alti possono, anche in Sicilia, crescere gli alberi!) e boschetti di faggi e di betulle autoctone dal tronco candido.

Indigene sono anche le ginestre e a loro (un po’ più in basso al ficodindia) è affidato dalla natura il compito di rompere le lave e, accompagnate dal lavoro dell’uomo, di riprendere possesso delle terre che tante volte le eruzioni riportano alla sterilità assoluta.

L’Etna non è mai domo, è una montagna viva. Per Sciascia “è un immenso gatto di casa che quietamente ronfa e ogni tanto si sveglia, sbadiglia, con pigra lentezza si stiracchia e, d’una distratta zampata, copre ora una valle ora un’altra, cancellando paesi vigne, giardini”. E dell’origine di questo tratto di paesaggio – il deserto vulcanico è detto – si ha consapevolezza salendo ancora. Tra coni, sciare, isole di vegetazione o di coltivi risparmiati (le dagale) alberi spogliati dal calore, si volge lo sguardo all’infinito mondo mediterraneo e si comprende bene perché paradiso e inferno, in Sicilia, siano tra loro difficilmente separabili.

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