La fuga dalla Bulgaria nel 1990, il rifugio nel gelido Canada e infine l’approdo nel tepore del sud-est della Sicilia. Storia e avventure di Elena Popova e Luben Boykov, due artisti che hanno fatto del mondo la loro casa.

di Gabriele Miccichè

Un luogo incantato, magico. Tra Ispica, Marzamemi e Pachino, a nove chilometri dalla riserva di Vendicari e il mar Jonio e a quattro dal Canale di Sicilia. È una casa-studio, ma sarebbe più corretto dire una casa-museo. Creata, voluta e abitata da due artisti bulgari, Elena Popova e Luben Boykov. Qui hanno trovato gli spazi e l’atmosfera per la loro ricerca umana e artistica: una masseria fortificata del Settecento che domina da una collina una campagna di ulivi, viti, melograni, palme, muretti a secco. Un paradiso. Sorge spontanea la domanda: ma come ci sono finiti qui? E la storia, la bellissima storia che i due artisti mi raccontano, ha dell’incredibile. Ma, soprattutto, è l’esito di scelte coraggiose.

Elena e Luben si conoscono e si innamorano all’Accademia di Belle Arti di Sofia. Sono entrambi figli d’arte, i genitori sono scultori (nel corso del nostro incontro me ne mostrano alcuni lavori, assai belli, e mi rendo conto che l’arte dell’area socialista del Dopoguerra è una vicenda ancora tutta da raccontare).  Nel 1989 – entrambi hanno meno di trent’anni – con il crollo del muro di Berlino si disintegra l’universo sovietico. Nel 1990, grazie agli accordi di Helsinki, i cittadini d’oltrecortina ottengono il diritto al passaporto. Il loro pensiero è di trasferirsi in Italia, ma il visto viene rilasciato soltanto per i Paesi socialisti. La decisione drammatica non si fa attendere. Con la figlia di due anni vanno a Mosca, da dove è possibile prendere un aereo per l’Avana. L’obiettivo è fuggire dall’aereo durante la sosta di rifornimento. “Quando siamo atterrati – mi raccontano – abbiamo capito che non poteva essere l’Avana: era tutto ricoperto di neve. Nell’aereo c’erano una quarantina di persone con il nostro stesso obiettivo, ma anche diversi figuri che avevano tutta l’aria di essere agenti del Kgb”.

Ma la decisione era già presa: nonostante l’opposizione del personale dell’Aeroflot, Luben apre lo sportello d’emergenza e fa uscire tutti coloro che lo desiderano. C’è un momento drammatico: una hostess dice che loro possono andare ma la bambina no. Non se ne parla nemmeno.

Comincia una corsa che sembra infinita e che li porta al terminal, dove chiedono asilo politico. Sono a Gander, l’aeroporto internazionale di Terranova, in Canada. “Quello che ricordo di quella fuga è il vento, gelido, feroce. Dopo qualche tempo che vivevo in Canada mi sono detta: devo diventare tutt’una con il vento, e amarlo”, dice Elena con un sorriso, mentre sorseggia un bicchiere di Grillo della cantina di un vicino. I mesi successivi sono, purtroppo, tema di attualità in tutte le latitudini. “Per più di un anno siamo state delle non persone, anche per ragioni burocratiche – racconta Luben -. Quando siamo arrivati avevamo sessanta dollari e il necessario per la bambina per alcuni giorni. Per fortuna avevo portato con me l’album dei miei lavori. Mi è andata bene: ho cominciato a insegnare scultura all’università di Saint John’s (il capoluogo di Terranova, ndr), mentre Elena ricominciava a dipingere”.

Dopo avere ottenuto la residenza si trasferiscono in una casa-studio tra i boschi e la vita torna alla normalità. Lavorano, espongono, arrivano alcune commesse pubbliche anche dagli Stati Uniti.

E poi? “All’inizio del 2010, vent’anni dopo il nostro arrivo in Canada, ho fatto un sogno”, riprende Elena. “Il sogno mi diceva che, dopo l’isola del ghiaccio, avremmo dovuto provare l’isola del fuoco. Era l’inizio dell’estate e avevamo un biglietto per Lisbona. Senza pensarci su lo cambiammo con uno per Catania». Gli artisti avevano già dimestichezza con l’Italia. “Chiamo mia madre la “mamma mezza italiana”, dice Luben.

“Amava l’Italia, la studiava, leggeva i libri italiani. Fin da giovanissimo anch’io ho ereditato questa passione”. Dall’inizio degli anni 2000 frequentano l’Italia tutti gli anni. Nel 2001 fanno insieme una mostra a Orvieto, nel 2007 vi farà una personale Luben. E con la Sicilia come è andata? “Capimmo dopo poche ore che quest’isola sarebbe stato il nostro luogo. Cominciammo a venire spesso, abbiamo fatto delle amicizie. Poi abbiamo trovato questa masseria. Era un rudere, ma comprendemmo che sarebbe diventato il nostro spazio in Sicilia. La stessa sera che la comprammo siamo venuti e ci siamo seduti in cortile con una bottiglia di vino. Siamo stati a fare progetti fino all’alba. Eravamo felici come bambini”.

Oggi lo spazio è pieno delle loro opere e non solo. Elena è una pittrice astratta che sperimenta colori, tecniche, materiali, ma anche modi di dipingere sempre diversi. Mi mostra alcuni dipinti dei primi anni Novanta, poco dopo l’arrivo in Canada. Sono molto forti, arrabbiati, scuri. Dopo alcuni anni, forse in conseguenza della nascita della seconda figlia, la paletta si fa più chiara, nitida, serena. Luben è uno scultore. All’inizio le sue forme erano più tradizionali ma sempre ispirate all’ambiente circostante, per esempio crea dei bronzi fondendo forme di erba. Uno dei suoi lavori importanti è stata la creazione, con un amico botanico, del Boreal Sculpture Garden non lontano dal loro studio in Terranova. Col tempo i materiali naturali hanno assunto maggiore importanza nella sua ricerca. Per i dipinti usa spesso una tecnica antichissima che consiste nel creare un pattern di materiale naturale – legni, rametti, pietre – su cui spruzzare il colore. Se la Sicilia ha influenzato la gamma di colori di Elena, su Luben ha avuto un effetto forse più peculiare. Oggi crea sculture formalmente molto “classiche” ma usando materiali come la posidonia – le comuni palle di mare marroni presenti in tutte le spiagge siciliane – o i graspi che avanzano dalla raccolta dell’uva.

Cos’è per voi la Sicilia, in che misura vi ha cambiato? La risposta è sorprendente: “È un luogo che abbiamo subito sentito fortemente familiare. Ci sono tantissime analogie con la nostra vita in Canada. Anche Terranova è un’isola e molte caratteristiche umane e ambientali sono simili. Non il clima certamente… Anche lì, come qui, vivevamo in una zona isolata, tra i boschi. Ma ci piace la vita di relazione e in entrambi i posti abbiamo molti amici del luogo. La nostra casa è poi un approdo aperto per amici e artisti da ogni parte del mondo”. E la Bulgaria? “È il nostro sottofondo, la base, l’origine. Naturalmente siamo tornati, l’abbandono era stato traumatico e abbiamo voluto rivedere le persone più care. E ripercorrere i luoghi della nostra formazione”. Avete il passaporto bulgaro e canadese, vivete la gran parte del tempo in Sicilia…

“Non sento il bisogno di appartenere a un luogo specifico. La mia necessità è quella di essere in contatto con il mio centro”, risponde Luben.

Prima di andar via mi mostrano un lavoro che hanno firmato insieme, un volume di poesie di donne disegnato da Elena – sono monotipi stampati in diciotto esemplari ognuno diverso dall’altro – composto a mano e tirato al torchio. Le 18 copertine sono bronzi di Luben. Un esemplare si trova alla Bibliothèque National di Parigi. Un sodalizio artistico oltre che umano, quindi. Questa volta a intervenire risoluta è Elena. “Guarda, Luben come marito non è proprio un granché. Ma è il compagno con cui avrei voluto sempre stare”.

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