Il turismo rischia di implodere. Il nodo è la stagionalità dei flussi. Destagionalizzare è l’imperativo strategico, fin troppo facile da enunciare, ma tremendamente complesso da realizzare.

di Antonio Purpura

Lo sviluppo del turismo nella nostra regione deve fare i conti con un paradosso che è diventato più evidente in questi ultimi anni, per effetto della crescita del numero di turisti. Da un lato ci si rende conto che il turismo è oggi il principale motore dell’economia siciliana, e inoltre che esso ha una potenzialità di crescita enorme, tenuto conto del grande patrimonio attrattivo della regione e dei margini di ulteriore crescita dell’industria turistica.

Dall’altro lato, però, nelle maggiori destinazioni turistiche emergono situazioni puntuali di sovraffollamento che approssimano i livelli di vera e propria “non sostenibilità”. Se consideriamo le presenze effettive, ossia quelle rilevate dall’Istat e quelle (stimate con molta prudenza) del cosiddetto “turismo sommerso”, nel periodo giugno-settembre 2018 i turisti presenti in media ogni giorno a Cefalù e a San Vito lo Capo erano pari, rispettivamente, a tre e a cinque volte il numero dei residenti, con punte ovviamente molto più alte nel mese di agosto. Facile intuire gli stress, e le conseguenti inefficienze, dei servizi a rete (trasporti, rifiuti, parcheggi, acqua, eccetera) e, più in generale, l’invivibilità dei centri urbani sovraccarichi. La qualità del soggiorno dei turisti peggiora, e questo genera, prima o poi, una riduzione degli arrivi (“fuga dalla folla”) e/o della durata del soggiorno. In una parola, il turismo rischia di implodere. Il nodo è la stagionalità dei flussi. Destagionalizzare è l’imperativo strategico, fin troppo facile da enunciare, ma tremendamente complesso da realizzare. Destagionalizzare significa proporre una valida e articolata offerta attrattiva al di fuori del picco stagionale estivo, ma in molti casi questo comporta anche l’ampliamento dei confini territoriali delle attuali località “core” (come Cefalù e San Vito lo Capo) per valorizzare nuovi elementi di attrazione e per dislocare, nei periodi di picco, la domanda di residenzialità turistica che altrimenti rischia di soffocare la qualità delle aree core.

L’accento torna sui “distretti turistici” e sulla loro gestione strategica. Occorre perimetrarli secondo precisi criteri di integrabilità dell’offerta turistica territoriale, e soprattutto gestirne con competenza i processi organizzativi ed evolutivi. Condizione, questa, essenziale per conquistare e difendere la competitività nel mercato.