Arriva nelle sale “Tuttaposto”, il primo film  di Roberto Lipari, giovane comico siciliano che dopo  i successi in rete e alla televisione si mette alla prova con il cinema. Storia di un ragazzo finito sul palco quasi per caso.

di Francesco Massaro

Fra le conseguenze dell’amore, come in un vecchio film di Sorrentino, c’è soprattutto quella di costringerti a ripensare alla tua vita, un po’ come mettersi davanti a uno specchio e vedere un riflesso nuovo, inedito. Prendete Roberto, ragazzo di buona famiglia con la strada già segnata, a cominciare da quella che porta alla laurea. Il padre è il rettore dell’Università e gli esami, fatalmente, finiscono per essere una pura formalità. Roberto è un bravo ragazzo, per carità, ma pensa che il mondo proceda così, fra una spintarella e l’altra. Niente domande, nessun dubbio, almeno fino a quando arriva l’amore (con le sue inevitabili conseguenze) che qui ha le fattezze di una ragazza russa di nome Irina che nella vita tutto tollera tranne il fondamento su cui Roberto basa la sua vita: la raccomandazione. Basterà l’amore per mettere tutto in discussione?

L’esordio al cinema di Roberto Lipari, 29 anni, palermitano talentuoso ed emergente, gentile e dai modi assai garbati, è tutt’altro che banale. Sia per il tema – il baronato universitario e l’ovvio corollario di raccomandazioni – sia perché è un film vero, solido, strutturato, che per un comico nato dal web, cresciuto a pane e cabaret e sbocciato in tv non era affatto scontato. Il film è Tuttapposto, distribuzione Medusa. Il regista è Gianni Costantino, casertano, già aiuto di Ficarra e Picone, che del film (con la loro Tramp Limited) sono anche produttori. Girato fra Acireale e Catania, è uscito il 3 ottobre. Nel cast anche Luca Zingaretti, la Silvana Fallisi che abbiamo imparato ad amare con Aldo, Giovanni & Giacomo, Monica Guerritore e un degnissimo corollario di caratteristi, molti siciliani, fra cui un esplosivo Sergio Friscia.

Le dico la verità. Temevo il film del solito comico che recita per un’ora e mezza i tormentoni che l’hanno reso noto. Non è così.

“Con gli altri tre sceneggiatori ci siamo subito detti: proviamo a scrivere un film vero, corale. Io non sono Zalone, né Ficarra e Picone, non potevo fare un film centrato interamente su di me, sarebbe stata una scommessa persa in partenza. Spero che la gente in sala non si metta a contare il numero delle battute, non voglio che l’unità di misura del film sia la risata”.

La tranquillizzo comunque: il film è molto divertente. E poi mica male l’esordio al cinema accanto a uno come Zingaretti.

“Ero teso, intimorito, ci ha pensato lui a mettermi subito a mio agio. Mi conosceva grazie a Facebook e mi ha fatto i complimenti per la sceneggiatura. È credibile, mi ha detto”.

Mi spieghi come nasce il fenomeno Lipari. Poco fa, quando lei è entrato da quella porta lì, l’hanno assalita.

(Ride) “Il web e la tv ti danno grande visibilità, sono stato determinato e fortunato, faccio quello che ho sempre sognato di fare, ho incontrato persone che hanno creduto in me”.

Ficarra e Picone le producono il film.

“Quando ci siamo incontrati mi hanno chiesto: hai un soggetto? Ho risposto sì, non era vero”.

È un tema spinoso, il baronato universitario.

“Quello della raccomandazione è un tema universale. Conosco studenti, persone brillanti, rimasti ai margini proprio per questo. Ignazio Rosato, uno degli sceneggiatori (gli altri tre sono Roberto Anelli, Paolo Pintacuda e lo stesso Lipari, tutti siciliani, ndr), è stato assistente universitario. Abbiamo messo nel film le nostre esperienze, arricchendole coi racconti che abbiamo raccolto”.

Lei è il figlio del rettore, raccomandato nel Dna. Una situazione che le sta anche bene finché non incontra Irina.

“Irina mi fa vedere per la prima volta il mio mondo dal di fuori. Per Roberto sostenere gli esami con lo zio docente che ti dà trenta e lode senza nemmeno farti una domanda è la normalità”.

Fino a quando…

“Fino a quando mi chiedo: ma io esisto senza mio padre? Esisto senza il mondo che mi hanno cucito addosso?”.

La presa di coscienza di Roberto avviene grazie a un incontro.

“L’incidente, lo shock, è alla base di tutte le svolte importanti della vita. Il problema è che per capirlo, spesso, dobbiamo prendere più di un colpo. È il momento in cui ci chiediamo, come faccio io nel film, se stiamo vincendo o stiamo perdendo”.

Tornando alla vita vera, quand’è che capisce che la sua strada era questa qui?

“A sei anni. Modificavo le barzellette, salivo su una sedia e le recitavo, mi inventavo gare di comicità. Compravo le coppe e me le consegnavo da solo. Diciamo che ero affetto da un sano egocentrismo”.

La comicità vizio di famiglia?

“Mia madre sobrissima dipendente regionale, mio padre ha uno stand al mercato ortofrutticolo ed è un formidabile battutista. Provavo a scimmiottarlo”.

Com’è visto il comico siciliano?

“Ho fatto decine di show in giro per l’Italia, ci guardano con grande simpatia, ci vogliono bene. La battuta in dialetto ti dà cinque punti in più. Camurria, minchiata; una volta a Torino ho usato l’espressione sciarrato col pallone, parlavo di un tizio che non sapeva giocare a calcio. Sono impazziti. Io il dialetto non lo conoscevo, mio padre lo parla solo al lavoro. L’ho dovuto imparare”.

Verdone racconta che alla prima di Borotalco, era il 1982, se ne stava nascosto dietro a un pilastro, temeva che al cinema non entrasse nessuno.

“Valentino Picone mi ha detto: non badare agli incassi, pensa solo che hai fatto una cosa che volevi fare, una cosa che comunque resterà”.

E ci riesce?

“Quando sono in tensione, paradossalmente, vengo assalito da un’ondata di serenità. Ho una sorta di crollo emotivo. Durante le cinque settimane di riprese ho vissuto al massimo, era come stare in un villaggio vacanze e io ero il capo animatore. Ho vissuto come dentro a una bolla, ora sono rilassato. Ho fatto un film in cui credo, in cui crediamo. Sono contento già così”.

Torniamo ancora indietro, gli sketch su Facebook, il cabaret nelle pizzerie, la tv.

“Ho fatto tre anni di Medicina, poi basta. Scrivevo per Matranga e Minafò, a Eccezionale veramente mi chiamano proprio per scrivere i testi ad altri. Finisco sul palco quasi per caso. Non credevano nei monologhi, e in più non avevo un tormentone. Il tormentone, dico la verità, non mi ha mai affascinato. Mi piazzano alla fine della puntata, nell’ultima fascia, dopo mezzanotte. Pozzetto era uno della giuria, finisco il mio numero e dice: bravo e intelligente. Pozzetto, a me. È stata una sorta di laurea. Mi hanno richiamato per un altro monologo e così via, fino alla vittoria finale. Avevamo registrato la puntata due mesi prima, ho saputo che avevo vinto davanti alla tv, a casa mia”.

Nel suo curriculum c’è anche una parentesi parrocchiale.

“A 17 anni. Il sabato sera gli spettacoli in pizzeria, il giorno dopo in parrocchia. Io e Antonio Pepati, i “Sale e Pepe”. Erano i tempi della “Carovana stramba”, il mio laboratorio di cabaret”.

I suoi riferimenti comici?

“Ficarra e Picone, manco a dirlo, Benigni, Troisi, Pino Caruso, il Paolo Villaggio di Fantozzi, Francesco Nuti, uno che il mondo, nei film, un po’ lo subiva. E poi Woody Allen, soprattutto il primo; Provaci ancora Sam l’avrò visto mille volte”.

Nel film gli rende omaggio.

“Sì, gli spermatozoi in rampa di lancio, come in Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso…”.

Mi lasci dire una cosa su Sergio Friscia, l’ho trovato fantastico, davvero divertente.

“Sergio è bravissimo, un grande talento. E fra noi tutti, sul set, era quello più tranquillo. Quando ci vedeva tesi spariva e noi a chiederci ma che fine ha fatto? Poi lo vedevamo spuntare da lontano e aveva tra le mani un vassoio di cannoli, amunì picciotti, mangiamo”.

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