Le tante storie di Gattopardo sono storie di giovani e di meno giovani capaci di trovare il proprio posto nel mondo senza alibi e senza scorciatoie. Leggete questo numero per capire che niente è impossibile.

di Laura Anello

Io non credo alla sfortuna professionale. Credo che (al netto di raccomandazioni e “spintarelle”, fattori inquinanti delle corrette gerarchie dell’esistenza e della società), il proprio posto nel mondo sia, fuori da casi eccezionali, il risultato matematico di talento e di impegno. Cioè di quel che hai avuto in dono e delle energie che hai investito per farlo fruttare: aristotelicamente, potenza e atto.

Energie che variano (dolce navigazione o scalata senza respiro) rispetto alla condizione di nascita e alle conseguenti opportunità, variabile importante ma non decisiva se si pensa che nella storia ci sono disabili diventati grandi musicisti, ragazzi di strada assurti a fama e stipendi di goleador, contadini in grado di conquistare feudi.

Leggere la bella intervista a Domenico Dolce, firmata da Daniela Tornatore, mi ha confermato ancora una volta questa mia visione del mondo senza alibi. “In fondo avere successo non è una cosa complicata – ci dice lo stilista – basta dedicare totalmente la propria vita al talento. Serve disciplina, non ci sono scuse”. E a raccontarlo c’è la sua storia di bambino nato a Polizzi, nel cuore delle Madonie, cresciuto nella sartoria del padre, a tagliare e cucire sin dall’età di sei anni, a bruciarsi le mani con i ferri da stiro, a pungersi le dita. Ma anche la sua storia di giovane emigrato a Milano che sogna il grande salto nel mondo della moda insieme con Stefano Gabbana, compagno di successo e a lungo anche di vita. “Abbiamo iniziato con zero lire in tasca. Uno lavava, l’altro stirava”.

Lo confermano le tante storie di Gattopardo, storie di giovani e di meno giovani capaci di trovare il proprio posto nel mondo senza alibi e senza scorciatoie. Leggete questa intervista e leggete questo numero, per capire che niente è impossibile.