“Il mio lavoro è dare alla parola la potenza dell’immagine, dando all’immagine allo stesso tempo la duttilità e la flessibilità della parola”.

di Daniela Bigi

Tutto comincia nei primi anni Sessanta, in quel clima laborioso in cui i più sensibili intellettuali si interrogano sulle sorti della poesia, sulle sorti della parola in una società ammaliata (o soverchiata) dall’incedere veloce della cultura massmediatica. Sono gli anni in cui nascevano il Gruppo 63, il Gruppo 70, in cui prendeva le mosse la Poesia Visiva e che tra le sperimentazioni più significative, sulla scorta di quanto avvenuto nelle avanguardie storiche, annoveravano proprio l’interazione della parola con l’immagine. Difficile, in quel frangente storico e culturale, sottrarsi all’urgenza di assumere una posizione critica da parte di chi si trovava a dover ridefinire il ruolo dello scrittore, la funzione dell’artista, in un tempo in cui alcuni stravolgimenti già in atto – e il profilarsi di altri ancora più significativi all’orizzonte – minavano le nomenclature del passato e costringevano a nuove risposte. Tra quanti vissero con radicalità quelle istanze, spicca in Italia la figura di Emilio Isgrò, cui la Fondazione Giorgio Cini a Venezia dedica un’antologica curata da Germano Celant che apre i battenti il 14 settembre.

Originario di Barcellona Pozzo di Gotto, Isgrò è essenzialmente artista e poeta, ma anche romanziere, giornalista, drammaturgo, regista. Il suo percorso inizia ufficialmente nel 1956, quando Arturo Schwarz, noto gallerista ed editore, amico di Duchamp, dei Dadaisti e dei Surrealisti, gli pubblica la raccolta di poesie Fiera del Sud. È nel 1964, però, che inizia la sua storia di artista, proprio a Venezia, dove, mentre è responsabile delle pagine culturali del Gazzettino, realizza la sua prima cancellatura, una pratica sulla quale imposterà il lavoro di tutta una vita.

Ha cancellato libri, enciclopedie, articoli di giornale, dalla Treccani ai Promessi Sposi, alla Costituzione, elidendo con uno spesso segno di inchiostro nero tutte le parole, una a una, pagina dopo pagina, salvandone solo qualcuna che, isolata, riunita con le precedenti e le successive, andava a costituire un nuovo pensiero, un altro ragionamento. Ma cancellare per lui non significava distruggere. Seppure sempre animato da una vis politica e da un piglio polemico, i suoi tratti neri non rispondevano a una volontà nichilista. Troppo precisi, troppo rispettosi della pagina, troppo amorosamente contigui uno all’altro per potervi leggere uno sfregio, un intento distruttivo. Piuttosto, in quei testi meticolosamente cancellati, possiamo leggere tutto il tempo, la dedizione, l’ostinazione, il rispetto che l’artista ha dedicato al dialogo serrato con i loro autori. “Dal latino sappiamo che due negazioni affermano. Infinite negazioni, come sono le cancellature, affermano “all’infinito”. “Le cancellature sono un inno alla vita e alla libertà”, afferma Isgrò. Per la mostra veneziana, il senso della sua sperimentazione linguistica viene restituito attraverso un allestimento spettacolare, fatto di pareti e tagli diagonali nello spazio che si susseguono come le pagine di un grande libro, cancellato. Il testo scelto per questa impresa a scala ambientale è il Moby Dick: “Sarà l’opera cancellata di Melville – anticipa l’artista – a contenere tutte le altre e chi entra alla mostra si lascerà accompagnare nel ventre della balena, ovvero il ventre del linguaggio mediatico che copre con il rumore il proprio reale e disperante silenzio”.

 

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