Incontro con Francesco Jamaica Morello, pescatore di Licata. Una vita in mare per portare a casa “la giornata” e i ricordi dei saperi di un tempo. Da ricordare quando gustiamo una semplice sardina.

testi Pino Cuttaia

Di recente sono stato in Andalusia per un viaggio di lavoro, al confine fra i due mari: il mio e l’oceano Atlantico. Con gli amici chef spagnoli abbiamo parlato di mare. Sono tornato arricchito dalle scoperte e dalle riscoperte. In fondo i viaggi sono questo: le esperienze, le amicizie, l’esplorazione.

Passeggiando per Malaga, a un certo punto scorgo del fumo provenire dalla spiaggia. Incuriosito mi avvicino, attirato dal profumo che arriva. Vedo degli spiedi conficcati a 45 gradi nella sabbia e delle bellissime sarde cuocere sopra il carbone ardente acceso sulla spiaggia. “Espeto de sardinas”, lo chiamano gli spagnoli. Torno indietro di quarant’anni, quando sulla brace cuocevamo le stesse sarde. Gli stessi gesti. Quell’odore di affumicato, quel sapore di arrostito, il grasso delle sarde. Li conosco già. A Licata le sarde arrostite sono un piatto tipico, si accompagnano alla cipolla cruda.

Volevo riportare quell’atmosfera di gioia e colore che ci riuniva davanti la “fornacella”. All’inizio è stato un gioco, mettermi alla prova e capire se potessi riuscire a portare quella memoria in un piatto.

Ma ormai avevo assorbito quell’indizio e quell’immagine era già nella mia testa: la scampagnata.

Le storie dei pescatori si accompagnano ai loro soprannomi, frutto di aneddoti o di parole biascicate dal muto del paese. Questa è la storia di Francesco Jamaica Morello e di suo fratello Angelo (lo chiamano 1040. Eh sì, il suo nome deriva dalla sua capacità di lavorare per mille e quaranta uomini!). Francesco ha 81 anni, una vita in barca. Prima in quella di suo padre che a sua volta ha ereditato il lavoro dal nonno Giovanni “’u Rais”. Il figlio di Francesco si chiama pure Giovanni, è un mio caro amico. Lo conosco sin da ragazzo, è grazie a lui che ho conosciuto il padre. È cresciuto nelle barche, sin da quando era molto piccolo passava le estati a lavorare con suo padre. Quando ha dovuto scegliere un lavoro, la madre gli disse di scegliere liberamente, ma il pescatore non doveva farlo. Cinquant’anni ad aspettare il ritorno al porto del marito erano stati troppi. Non poteva sopportare l’ansia di aspettare anche lui. “Mio figlio no!”.

Già. A noi arriva il pesce al banco, pochi sanno la fatica che c’è dietro. L’incertezza, l’essere in balia delle onde sia in mare che in terra. Di leggi che cambiano, di condizioni sempre incerte. Con la volontà di portare a casa la giornata o di investire nel territorio in cui si è cresciuti con la speranza di un approdo sicuro. Mi vien da pensare che, al di là della tecnologia e delle regole, poco è cambiato rispetto al racconto della Provvidenza di Verga: gli uomini continuano a sperare nel buon raccolto del mare, le donne ad aspettare il loro ritorno. Noi continuiamo a conoscere poco del lavoro e del valore di una sarda alla brace.

Francesco e Giovanni sono una miniera di storie. “Un giorno avevamo una tromba d’aria davanti – mi raccontarono una volta e non potrei scordarlo – eravamo spaventati a morte. Per fortuna con noi c’era ‘u ziu Natale. Lo vedemmo andare verso prua, sicuro di sé. Si inginocchiò e si mise a pregare. Un gesto, come se volesse tagliare la tromba d’aria e quella svanì in un nulla innanzi ai nostri occhi”.

Francesco, quando hai cominciato a fare questo lavoro?

“Avrò avuto dieci, undici anni, doveva essere il 1949. Prima ho visto la guerra, dopo abbiamo cominciato a lavorare”.

Com’era la pesca in quell’epoca? 

“Facevamo pesca di paranza: due barche a vela tendevano alla stessa altezza la rete (pari appunto, ndr). Seguivamo il vento e il mare. Poi abbiamo comprato un’imbarcazione a motore. Portavamo a casa la giornata. Ma non ci siamo mai accontentati solo di quella”.

Perché lo scopo dei pescatori è quello di portare a terra più pesce possibile…

“E certo! Noi conoscevamo tutti i tratti di mare. Quante reti abbiamo rotto a Funnu forti (un piccolo tratto di mare fra Gela e Pozzallo, ndr). Ma era il tratto migliore. Un punto in cui cambiava la temperatura dell’acqua e si trovavano specie diverse. Il fondo era roccioso, le reti di spago. Ne rompevamo di continuo. Ma non ci arrendevamo mai”.

Cosa pescavate?

“Di tutto. Cernie, crostacei, rane pescatrici, spigole, orate… Alcune di queste specie sono diventate rare. Di alcune di queste specie si pescano pesci di piccola taglia”.

Il mare si è impoverito?

“Sicuramente c’è meno pesce di prima”.

Dove andavate a pescare?

“Dappertutto, sulla costa africana, vicino a Malta. Siamo arrivati perfino in Grecia. Ma il tratto migliore è sempre stato sulla costa siciliana”.

Come erano i vostri rapporti con gli altri pescatori?

“Non è un lavoro che rende ricchi. Lavoravamo per la giornata. Per mantenere le nostre famiglie. Ci si rispettava. Alla fine della giornata ci si ritrovava insieme. È capitato spesso che si scambiasse il pesce”.

Anche con i pescatori stranieri?

“Certo, in mare non ci sono distinzioni”.

Nel dopoguerra fino agli anni ‘80 del secolo scorso Licata è stata un’importante marineria. Si contavano duecento imbarcazioni per circa mille pescatori. Un indotto importante per il paese. Poi le cose sono cambiate.

“Sono cambiate le leggi, il gasolio è diventato sempre più caro e la tecnologia ha sostituito gli uomini. Si sono persi il sapere e il mestiere”.

E la marineria di Licata si è svuotata. Non c’è più il mercato del pesce. Con il mestiere si sta perdendo la tradizione, anche quella culinaria.

“Quante volte tornavamo a Licata con la barca piena di pomodoro! Avevamo fatto amicizia con gli agricoltori di Donnalucata. Noi davamo loro il pesce e loro in cambio ci davano gli ortaggi”.

Il baratto! Molte ricette sono nate così. Pescatori, agricoltori, allevatori, caseari. Si diventava compari, si costruivano legami duraturi che arricchivano le famiglie e tenevano unito il paese.

“Le cose sono cambiate, oggi fare i pescatori è meno faticoso. Forse meno rischioso, conosciamo in anticipo e con precisione le condizioni metereologiche. Ai nostri tempi guardavamo il meteo alle 19 su RAI1, bello o brutto uscivamo lo stesso. Ma in fondo è sempre una scommessa. Ogni giorno un pescatore spera di recuperare i soldi spesi per il gasolio, per la giornata dei suoi marinai, per tutte le spese che ha, e il giorno dopo è di nuovo la stessa cosa. Il nostro lavoro è sempre stato così. Speri nel mare”.

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