Luoghi di alienazione  e solitudine, ma anche  cardini della nostra  identità. Nelle  metropoli  di Paola D’amore riappaiono le visioni metafisiche di De Chirico e la meraviglia del Marco Polo di Calvino.

di Alessia Franco

Che un architetto abbia il chiodo fisso per l’urbanistica, e quindi per la città, è cosa intuitiva  e piuttosto naturale. Una natura che emerge tutta nelle opere di Paola D’Amore, architetto, appunto, che dal 1987 opera nell’ambito dei Beni culturali, con particolare attenzione al mondo della tutela e del restauro. E da qualche tempo anche apprezzata artista visiva, che ha fatto della città uno dei temi fondanti della sua opera. È della scorsa primavera la mostra “Città metafisiche”, esposta a palazzo Ajutamicristo. Un titolo che è già un ossimoro, come ossimori sono le opere che popolano questo viaggio fatto insieme di concretezza e di uno sguardo che si perde verso il raggiungimento di dimensioni altre, spesso inarrivabili e per questo traguardi ideali. Sono città, quelle rappresentate da Paola D’Amore, in cui è forte l’influenza di De Chirico ma anche di quel Calvino che, nel 1972, descrisse con la voce e gli occhi di Marco Polo le città strabilianti che affascinarono Kublai Khan. “Sono realtà ben lontane dall’essere solide – dice l’artista – e lo dimostrano i materiali “impermanenti” che uso, come il legno, ma anche i pigmenti di origine naturale. Per quanto stabili e colmi di certezze possano sembrare i luoghi che abitiamo, sia noi che loro siamo di passaggio. Me lo hanno insegnato la meditazione trascendentale ma anche la mia continua ricerca di contatto con la natura”.

Mondello è al centro del piccolo mondo di Paola D’Amore: lì ha il suo studio, ma anche le passeggiate, le immersioni e la sua personale riserva di energia: Capo Gallo ( e che sia una riserva naturale non è un caso). “Mi sento libera appena varco la Favorita, se sto troppo a Palermo mi sento soffocare. Ho trasferito, in maniera più o meno consapevole, queste mie sensazioni e questi miei pensieri anche nelle città che vado costruendo – continua – come nelle opere che compongono l’esposizione a Palazzo Ajutamicristo. Ogni tema si arricchisce continuamente di nuovi pezzi. E le mie città hanno mille volti”.

Che siano composte da globi, sfere, quadrati, le opere di Paola D’Amore contengono in sé anche i germi dell’alienazione, della solitudine cittadina, in cui ci si può sentire isolati anche in mezzo a fiumi di gente. O in cui l’alienazione è uno stato d’animo permanente: frutto della mancanza di integrazione o della ripetitività, o del sentirsi ingranaggio e non pungolo, vai a sapere.

“La città dà la vita e ce la toglie, aggrega e separa. E per tutti questi motivi – continua Paola D’Amore – per me non può essere scissa dal concetto di identità, sia essa confermata o stracciata. Per questo ho anche legato al centro abitato la presenza  di volti come maschere, trattenute e intrappolate nelle tele con resine e colle”.

Le sue opere hanno girato in lungo e in largo siti archeologici e museali di tutta la Sicilia, sono state “adottate” dalla biennale d’arte sacra, si sono installate in musei come in cave e in castelli in giro per l’isola. L’estate scorsa, Paola D’Amore è stata selezionata dal museo Riso per una residenza artistica a Ustica, da cui sono poi nate le “Metamorfosi usticesi”. Una riflessione sulla materia che si è focalizzata sul rame, elemento che cambia in natura ma anche attraverso l’intervento umano. Con quel fuoco, per esempio, che sottolinea l’anima vulcanica di Ustica e di cui l’artista si è servita per lavorare un rame che si è fatto ora terra ora mare: ora legame, ora elemento divisorio.

Ma il “battesimo del fuoco” è avvenuto a casa di Paola, e con il critico Aurelio Pes: “Non lo conoscevo – racconta l’artista – era mio ospite insieme a molte altre persone per una cena. Ha visto una delle mie città metafisiche e mi ha detto che, inconsapevolmente, avevo creato un mandala buddista. Da questa osservazione è nata “Il sogno della Grecia”, una mostra curata proprio da Aurelio Pes ed esposta quest’estate al Castello di Lombardia di Enna. Una ricerca, un continuo richiamo a una Grecia che molto ha dato e ha in comune con la Sicilia. “La mia – conclude – non vuole essere una sterile rievocazione del passato quanto una proposta. I progetti sono importanti, come lo è il guardare avanti. Spesso, ce ne dimentichiamo perché vivere solo nel passato è innegabilmente assai più comodo”.

 

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