Il giardino di agrumi nascosto in un canyon che le acque hanno scavato nella Valle dei Templi, che il FAI gestisce da venti anni.

di Giuseppe Barbera

Un paesaggio si forma nei lunghi tempi della storia umana, generazione dopo generazione, a modificare per quanto è possibile i caratteri della natura del luogo. Si modifica il suolo spietrando o riportando terra, letame, residui compostati. Si cambia il corso delle acque, allontanandole quando in eccesso o conservandole in serbatoi per poi utilizzarle nei mesi secchi per l’irrigazione. Si elimina la vegetazione spontanea che è di ostacolo a quella coltivata. Si sagomano in terrazze i fianchi delle montagne per creare nuove superfici utili.

Un paesaggio mostra il lavoro dell’uomo, l’evoluzione delle sue tecniche. Lo definisce nel mosaico delle coltivazioni, nella promiscuità tra alberi, erbe, animali, nei manufatti realizzati con fatica: un tempo solo con i materiali che il luogo forniva. Un paesaggio tradizionale, non ancora stravolto o cancellato dall’agricoltura industriale, racconta come in un palinsesto la lunga storia dei rapporti tra natura, cultura e coltura. Se ne accorge facilmente chi visita la Kolymbethra, il giardino di agrumi nascosto in un canyon che le acque hanno scavato nella Valle dei Templi, che il FAI gestisce da venti anni.

Un anniversario celebrato con l’acquisto di una casa alta sul costone di tufo che guarda ciò che è adesso tornato a essere un orto e un frutteto e che, dai greci (meglio, dai loro schiavi cartaginesi) fu usato come un grande serbatoio d’acqua. Una piccola casa realizzata, presumibilmente nei primi decenni dell’Ottocento, anche per sorvegliare piante pregiate come gli aranci e i limoni. Mandorle e olive è raro che vengano rubate ma per gli agrumi bisognava avere gli occhi sempre aperti. I limoni Lunario che fiorivano a ogni luna nuova e quelli dolci, buoni a stupire chi li assaggiava, le arance Belladonna lisce come si può immaginare, le Portogallo che si coltivano da sempre e le Ingannaladri che hanno la buccia rugosa come le amare ma non per questo vengono risparmiate dai furti. Un sacco venduto a Girgenti valeva una giornata di fatica.

Case Montana (questo è il nome che è rimasto al termine della sua storia) venivano dati a mezzadria e Turiddu u picciriddu, piccolo come un bambino ma con un gran paio di baffi, teneva bene in vista un moschetto. Negli anni 60 del secolo scorso era il mezzadro di quella che era stata la tenuta della Badia Bassa, poi sottratta alla Chiesa, proprietà della famiglia Montana e quindi del Cav. Riolo, fino all’esproprio regionale, negli anni 80. Poi la famiglia Salemi di Villaseta ampliò il vecchio corpo di fabbrica con una stalla per le vacche. Prima bastava quella per l’asino, separata da un soffitto di canne prese dal vallone, dalla camera da letto. Si dormiva su un pagliericcio riempito di paglia di Tumminia o degli steli delle fave. Si coltivavano in piccole aree, come quella accanto al grande olivo saraceno: in successione cosicché la fava desse sostanza al cereale. Fuori dalla casa un forno era buono a cuocere il pane o abbrustolire le fave, e nei giorni di festa ‘mbuliate e cudduruni con salsicce e bietole selvatiche. La notte il silenzio era assoluto e il cielo stellato. Dal mare, oltre il tempio dei Dioscuri, giungeva una brezza che in primavera si impregnava del profumo della zagara. E per questo che lo chiamavano giardino: u jardinu di la Badia Vascia.