Pilota di elicottero della polizia di Stato,  la palermitana Valeria Cangelosi oggi è a capo della seconda divisione aerea. Dai giorni dell’addestramento alla stagione delle stragi, storia di una donna capace di cambiare le regole del gioco.

di Simonetta Trovato

La madre glielo diceva sempre: “Ma perché devi fare lo sbirro? Ok, tu prova il concorso, ma io prego lo Spirito Santo che non ti faccia passare”. Probabilmente il suo interlocutore in quel momento era distratto, fatto sta che Valeria Cangelosi quell’esame lo passò facilmente. E così anche quello da pilota di elicotteri. Dopo alcuni anni a Bologna, la mandarono a Boccadifalco, e da questo aeroporto ha visto partire i boss mafiosi che non sarebbero più ritornati in Sicilia; si è alzata in volo per scortare magistrati, per salvare uomini e donne in montagna o in mezzo al mare, per trasportare un cuore da trapiantare, o per controllare la città. Con una sola regola: “Tutto torna sempre a terra, in qualche modo”. L’importante è rientrare interi.

Oggi, a distanza di 31 anni, Valeria Cangelosi si ritrova direttore della II Divisione aerea, ovvero la gestione operativa degli undici reparti di volo della Polizia di Stato d’Italia, da Pratica di Mare a Pescara. Insomma, la bella signora palermitana, vice questore aggiunto e dirigente del Reparto volo della Polizia di Stato, da Boccadifalco è volata a Roma e ora sta sistemando i suoi libri nel nuovo ufficio. Quando un collega le ha chiesto chi fosse quel giovane uomo con i baffi che sbucava da una copertina, Valeria ha sorriso. “Ho capito da lì che non ero più a Palermo. Nessuno in Sicilia ha dimenticato Ninni Cassarà. Noi siamo stati i ragazzi degli anni Ottanta, quelli che credevano fosse giusto fare qualcosa. Da Chinnici a Cassarà a Montana, e ancora di più per Dalla Chiesa: ttutto era immerso in un alone forte. Ricordo le fiaccolate che percorrevano il suo tragitto giornaliero, da Villa Pajno alla via in cui venne ucciso”.

È per queste esperienze che ha fatto il concorso da commissario di polizia…

“Non esattamente: mi ero laureata in Giurisprudenza e frequentavo sia il corso per entrare in magistratura che quello per l’albo praticanti procuratori legali: era il 1988. Ma più il corso andava avanti, più mi rendevo conto che io non volevo diventare un magistrato e decisi di tentare come commissario. I miei non erano d’accordo: insegnanti tutti e due, latino e greco mio padre, matematica mia madre, non capivano questa scelta. E io non pensavo di superare le prove. Senza quasi rendermene conto mi ritrovai a Roma per il corso di formazione e lì conobbi Giampaolo, mio marito. Per non lasciarci, decidemmo di richiedere insieme una sede poco battuta, Bolzano. Ci mandarono subito lì, figurati, dove trovavano mai altri due pazzi che chiedevano le montagne?”.

Una siciliana ad alta quota. Prospettiva del tutto estranea. Come si è trovata?

“Il problema non fui io ma Giampaolo che si sentiva l’orizzonte circoscritto dentro una cintura di montagne. Lui decise di fare domanda da pilota di elicotteri, e io, ovviamente, lo seguii. Ma presero solo me, per una questione d’età”.

E Valeria Cangelosi, così, diventa una delle prime due donne che l’Aeronautica si ritrova a dover “gestire”, dieci anni prima dell’effettiva entrata di equipaggi femminili. Ma la Polizia è stata smilitarizzata già nel 1981, ha perso le stellette e ha accolto le donne, che devono essere formate, come i colleghi maschi.

“Il corso per pilota di elicotteri si fa alla scuola del 72° Stormo, a Frosinone: io e la mia collega fummo le prime due donne a frequentarlo, e per giunta arrivammo già con un grado, cosa che metteva ancora più in imbarazzo. Le forze armate sono ancora oggi un ambiente nettamente maschile, figuriamoci nel 1991, per gli aeronautici è stato un impatto nuovo, dovevano innanzitutto adeguare il linguaggio. Ancora oggi siamo a metà tra la Polizia e l’Aeronautica, anche se qualunque divisa porti addosso, la formazione è la stessa”.

Che per un pilota di elicotteri è ovviamente diversa da quella da pilota di linea. “Siamo persone complicate e istintive: il profilo alare è la pala dell’elicottero, che gira sempre. Se un aereo si ferma in volo, in posizione di stallo, cade, invece l’elicottero si può arrestare. Noi provavamo su un Agusta Bell AB47G2, che è un elicottero a pistoni, fummo tra gli ultimi a utilizzarlo: permetteva la simulazione dello spegnimento del motore, e il tuo compito era di atterrare lo stesso. Vale sempre la regola di Einstein: ‘il calabrone è goffo, panciuto, pesante, con piccole ali, incapaci di sostenere il suo peso. Ma lui non lo sa… e vola lo stesso’. Ecco, l’elicottero è un calabrone”.

Il primo volo da “solista”. Dopo ventitré ore e passa con l’istruttore.

“è lui a valutare se sei in condizione di andare da solo. Quindi scende dall’aereo e ti segue dalla torre. E tu, che fino a quel momento lo ascoltavi urlare in cuffia, ti ritrovi solo, in un silenzio meraviglioso. Quando atterri ti fanno una festa incredibile. Quando guadagni il brevetto ti vengono appuntate sul petto le ali, a sinistra, dal lato del cuore: io le ottenni nel 1992, e mi mandarono a Bologna, venti giorni prima delle stragi. Ho vissuto quei mesi con l’angoscia di chi è lontano, poi sono stata trasferita a Palermo e Giampaolo riuscì a seguirmi”.

Sono gli anni delle minacce di far saltare in aria gli elicotteri, i mesi della scorta a Gian Carlo Caselli, dell’arresto di Totò Riina.

“Dall’Aeronautica ci guardavano quasi con compassione, ma avevamo dalla nostra coraggio e leggerezza, ci rendevamo conto che eravamo dalla parte giusta e che stavamo lottando. Era una guerra, diversa, terribile”.

Boccadifalco è una sorta di luogo strategico, diversi pentiti vivevano lì durante gli interrogatori, da una parte abitava Caselli, dall’altra camminava Scarantino.

“Angelo Siino, il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra passava ogni giorno sotto la mia finestra, si levava il cappello, ‘buongiorno, dottoressa’, aveva gli occhi di un lupo, gli stessi di Totò Riina. Bernardo Provenzano lo catturò la Polizia e la sera stessa lo portammo via in elicottero. Nessuno di noi lo percepì come qualcosa su cui rivalersi, ma una vittoria dello Stato: vedere quest’uomo, ‘u tratturi, che aveva determinato la vita di tante persone, tra cui anche quella di Cassarà a cui il reparto volo è intitolato… è stato un momento molto forte. Era un anziano, con un sacchetto di stoffa celeste che conteneva tutta la sua vita; quando salì sull’elicottero gli mettemmo il giubbetto da salvataggio con scritto Polizia, e ci rendemmo conto che lui non avrebbe più rivisto questa città”.

Palermo oggi è cambiata…

“Sì, è cambiata. Nel linguaggio, nell’impostazione culturale, non è perfetta, ma nella sua attuale imperfezione è centomila passi più avanti rispetto a quegli anni lì. Ho conosciuto maestre che fanno un lavoro straordinario nei quartieri a rischio, dove c’è una cultura alternativa molto forte, e la famiglia è l’unica voce; ragazzini che avevano paura a salire sui mezzi degli sbirri e ora si fidano e ci scrivono cose bellissime”.

Da direttore della II divisione aerea, la prospettiva si allarga, “ma mi hanno permesso di continuare a volare – ride Valeria -. Dall’elicottero vedi tutto: l’Osservatorio dell’aeronautica militare che un eremita ha ristrutturato, sulla collina di Pizzo Sella, o l’obelisco di Gibilrossa, dove comprendi la visione di Garibaldi e Nino Bixio. Da quassù scopri isole, mare, tramonti. Saliamo su Montepellegrino, sorvoliamo gli alberi a velocità e a bassa quota e ci buttiamo nello strapiombo…”.

Quindi un elicottero può star fermo in aria. “Sì, per controlli e riprese: pensate alla visita del Papa, alle immagini inviate in diretta. Da lassù possiamo leggere anche le cose più piccole, come un numero di telefono. Da trecento metri di altezza. Oppure fermarsi può essere indispensabile in situazioni difficili, lavoriamo con i colleghi del soccorso alpino e con i sommozzatori, con loro abbiamo recuperato persone nei posti più impensabili, cercando di non mettere a rischio l’equipaggio. L’idea di salvare una vita umana resta inebriante, ovunque”.

 

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