di Augusto Cavadi

In questi mesi la Sicilia sta registrando un boom di turisti che, abbagliati dalle bellezze naturali e artistiche, perdonano – più facilmente di noi siciliani che viviamo l’Isola tutto l’anno – i risvolti antropologici negativi. Questa benevolenza di sguardo la si rintraccia anche in visitatori molto acuti e non certo poco inclini alla critica più salace.

Come ad esempio Oscar Wilde che, nell’aprile del 1900, scriveva all’amico Robbie (Robert Ross): “Palermo, dove ci siamo fermati otto giorni, era splendida. La città posta nella miglior situazione del mondo, trascorre la sua vita nella Conca d’oro, la splendida valle che si stende fra due mari. E poi da nessuna parte, neppure a Ravenna, ho visto mosaici simili. Nella Cappella Palatina, che dai pavimenti ai soffitti è tutta d’oro, ci si sente come si fosse seduti nel cuore di un enorme nido, guardando gli angeli cantare”. Certo, centoventi anni fa, la Conca d’Oro non era ancora l’odierna accozzaglia di case, o abusive o costruite su licenza di amministrazioni decerebrate; ma non sarebbero mancate neppure allora i motivi di lamentela.

Dopo dieci anni dalla visita di Wilde è il turno di Sigmund Freud che, nel settembre del 1910, sbarca a Palermo in compagnia del discepolo e collega Sandor Ferenczi. “Palermo è una città elegante, pulita, ricca di edifici e dotata di tutto quanto si possa pretendere”, scrive alla moglie Marta: E continua: “Grande è il nostro benessere”. E inoltre: “Attraversiamo Corso Vittorio Emanuele fino al centro della città che diventa sempre più grandiosa e magnifica fino al Duomo normanno e al Castello Reale”. Unico rammarico: non poter condividere con la tanto amata consorte quel “tale splendore di colori, profumi, vedute e benessere” che il padre della psicanalisi dichiara di non aver mai goduto in vita sua “tutti in una volta”. Certo: era la Palermo dei Florio e de Les Tramways de Palerme, quando Giovanni Gentile inaugurava la Biblioteca filosofica e Vittorio Emanuele III la Galleria d’Arte Moderna, ma se è stato possibile allora, perché non riprovarci di nuovo? Ne guadagnerebbe la qualità della vita di turisti e di indigeni in un circolo virtuoso che danneggerebbe solo i parassiti.