Al Cairo le strade sono porose, non seguono una griglia ma sono un tessuto morbido che si accartoccia in alcune parti per distendersi in altre.

Maurizio Carta

Sono stato al Cairo, la grande madre, città millenaria ed estesa per metastasi fino ad accogliere venti milioni di persone. Una città di recinti, di compound entro le cui mura fortificate vivono comunità diffidenti le une con le altre. Ma, oltre le segregazioni spaziali e sociali, esiste una “città porosa”, il Cairo dei quartieri cristiano, ebraico e islamico, la città della coesistenza delle tre religioni monoteiste che ha intrecciato luoghi e culti, decorando i luoghi di culto con motivi o parti delle altre religioni, in un potente sincretismo tipico del cosmopolitismo dell’Egitto. La città porosa la percepisci subito attraversandola perché non sei mai dove pensi di essere: ogni strada è una porta verso un’altra dimensione spaziale, culturale e sociale. Le case islamiche sono il trionfo della porosità, in un continuo inseguirsi di dentro e fuori, di conviviale e individuale, persino gli spazi che dividono i generi hanno sempre una membrana attraverso cui passa un suono, uno sguardo, un profumo.

Nella città mediterranea le strade sono porose, non seguono una griglia ma sono un tessuto morbido che si accartoccia in alcune parti per distendersi in altre, strade che salgono e scendono, talvolta vi trovate in un fresco abisso, altre in un torrido tetto, e un terrazzo diventa una piazza, un muro un camminamento.

Le città siciliane devono riscoprire la loro porosità mediterranea. I centri storici, per rinascere, devono recuperare quella potente miscelazione di spazi e di persone, quella porosità verticale che permette la coesistenza di diverse comunità lungo lo svolgersi di un palazzo o di una torre, che abita mura e spalti, che vive di “terrani” e di terrazze. Palermo, Catania, Agrigento, Favara, Troina, Marsala, Caltanissetta, Siracusa e le altre città che vogliono far tornare a vivere i centri storici devono avere cura di un progetto che esalti non solo la porosità spaziale, ma soprattutto quella sociale e culturale. Non la mercificazione dello spazio pubblico, ma la poesia dello spazio collettivo composto di diversità che diventano ricchezza armonica e mai conflitto. Servono usi plurali, funzioni miste, recupero di tradizioni artigianali, luoghi della convivenza e dell’incontro. A Palermo, la porosità è la prima qualità del Progetto Kalsa promosso da Fondazione Butera e Università di Palermo, un arcipelago di luoghi permeabili e attraversabili, di musei e laboratori, di manifatture e teatri, di residenze e atelier, di istituzioni e associazioni che agiscono in sinergia per sperimentare un nuovo modello urbano fondato sulla cultura e sui nuovi stili di vita, porosi, a essa legati.