La rivoluzione industriale e lo sviluppo dell’attività mercantile con nuovi mezzi di trasporto per mare e per terra resero forse il viaggio meno avventuroso ma allargarono il numero dei viaggiatori

di Salvatore Savoia

Tutti parlano e scrivono del Grand Tour, il viaggio in Europa,  e soprattutto in Grecia e in Italia, luoghi della classicità in cui venivano impegnati i rampolli dell’aristocrazia dal XVII al XX secolo, per dar loro un’infarinatura culturale ma anche per abituarli a una sorta di autonomia e maturità, prima che assumessero i ruoli sociali previsti. Un mondo che si frantumò con la fine del ruolo sociale ed economico di quelle famiglie, con la nascita della nuova borghesia, spesso meno interessata a creare sognatori e viaggiatori.  Ma non fu né l’unica ragione né la più determinante. La rivoluzione industriale e lo sviluppo dell’attività mercantile con nuovi mezzi di trasporto per mare e per terra, soprattutto con la diffusione della ferrovia, resero forse il viaggio meno avventuroso ma allargarono immensamente il numero dei viaggiatori. Si è detto che la distanza coperta in una giornata in carrozza corrispondesse, già alla fine dell’Ottocento, a quella di una sola ora in treno. Non secondario, infine, fu il fatto che vi erano sempre meno nobili rampolli da guidare, e ancor meno precettori costretti ad accompagnare annoiati e pallidi sedicenni alla ricerca di templi greci o talvolta solo di ballerine nei teatri di Napoli. Né servivano più i grandi manuali di storia e geografia che si trovavano nelle biblioteche di famiglia per formare e informare i nuovi viaggiatori, che – oltre a meno soldi – avevano meno tempo.

Così qualcuno inventò “la guida”, un manuale di piccolo formato che trasformò il viaggiatore in turista, termine ancor oggi d’attualità, sia pure su modelli assai diversi. Nasceva comunque il turista sempre più fai da te. Di volumi ce n’erano stati sin dal Seicento – i più celebri i grossi tomi di Itinerary pubblicati nel 1618 da Fynes Moryson, con le descrizioni del passaggio dell’autore attraverso le Alpi, le notizie sulle locande frequentate e quelle sui rischi esistenti – ma siamo ancora nel campo dei racconti di esperienze personali, messe a disposizione degli altri, anche per compiacimento o autoesaltazione.

Una formula arcaica che si sarebbe lentamente ma profondamente trasformata in quella dei noti manuali Murray, poi a loro volta ceduti nel primo Novecento alle celebri Guide Bleu. Erano nate le guide turistiche. Tutto un altro mondo: carte geografiche sempre più precise, con quelle incredibili e perfette piegature che permettevano a un libricino minuscolo di contenere grandi mappe, ma soprattutto contenevano notizie su alberghi (comprese le critiche più aspre) e ristoranti, sugli itinerari migliori, spesso associati agli eventi che in quel momento quella nazione o quella città tendeva a promuovere. Le Guide Bleu in realtà furono immesse sul mercato come risposta francese alle Baedeker tedesche, nate prima. Ma il nome di Baedeker merita un racconto speciale. Karl Baedeker, nato nel 1801, aveva pubblicato nel 1836 a Coblenza una serie di guide turistiche, presto celebri in tutto il mondo per la perfezione grafica e cartografica e per la ricchezza straordinaria delle informazioni. Si può a buon diritto dire che Baedeker abbia creato una nuova forma di letteratura, quella da viaggio. L’iconografia pittorica ma anche quella cinematografica ci ha regalato le immagini di pallide signorine nordiche col loro Baedeker fra le mani – del formato di un libro di preghiere – dinanzi a Santa Croce a Firenze o ai mosaici di Monreale, proponendo comunque una nuova figura, spesso femminile, di viaggiatrice alla scoperta del mondo e delle sue bellezze, anche se ovviamente ancora proveniente dalle classi più elevate. Naturale che fra i manuali, quello sull’Italia fosse molto ricco e addirittura diviso in più tomi, dedicati alle varie parti di un territorio da sempre mitico ed esotico. Periodicamente ogni guida veniva aggiornata e arricchita, non solo nelle più minuziose informazioni culturali (che costringevano in alcune note a ridurre i caratteri di stampa alla quasi illeggibilità) ma anche nei suggerimenti sulle forme di divertimento che ogni località proponeva. In Casa Baedeker si lavorava sempre con precisione e obiettività. In un’operetta “fin de siècle”, un personaggio dice «i re e i governi possono sbagliare, ma mai il signor Baedeker.»

Nell’edizione del 1890 del Manuel du voyageur in Italia, dedicata al meridione e alle isole, fra tariffe, confronti e valutazioni di alberghi, locande, ristoranti e mezzi di trasporto, inframezzate a cartine dettagliate su ogni minimo monumento e opera d’arte proposto all’ammirazione del viaggiatore, non mancano notazioni preoccupate: “Un viaggio nel sud dell’Italia – avverte in francese – è molto diverso da un viaggio in Francia, Svizzera e persino nel nord Italia. A Napoli (…) e dintorni, locandieri, cocchieri, eccetera, sono spesso così impudenti che si è facilmente tentati di prendere tutti per mascalzoni. Ma più li conosciamo, più troveremo persone affidabili e degne di fiducia”. Bontà sua, Mr. Baedeker.

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