Un viaggio nella storia attraverso i saloni e le stanze di Palazzo Gravina Pace, affacciato nella piazza del municipio di Caltagirone. Uno splendido esempio di dimora patrizia siciliana

testi Costanza Di Quattro

foto Fabrizio Villa

Una rovente estate infiamma le strade calatine facendo vibrare, come un tremulo miraggio, l’asfalto grigio. Curva dopo curva Caltagirone si presenta silenziosa e arroccata nell’esplosione di colori che l’ha resa famosa nel mondo. Le sue ceramiche contornano le mura della villa comunale e dipingono balconi, colorano i vasi pieni di gerani e sorridono festanti ai turisti.  E tra il serpeggiare di remote stradine e la magnificenza di scalinate e antiche chiese, in piazza Municipio si impone, con rumoreggiante bellezza, Palazzo Gravina Pace. Il grande portone di ingresso su corso Vittorio Emanuele preannuncia l’eleganza degli interni.

Basta varcarne la soglia per essere catapultati in una realtà antica, curata e rispettosa. Uno stemma accoglie e invita verso lo scalone di quattro rampe. Li, sull’uscio, ci sono il professor Giacomo Pace Gravina e sua moglie Aurora. “Lo stemma – racconta Pace – è quello dei principi Gravina di Palagonia, decorato dal collare del Toson d’oro. Il Toson d’oro è un ordine cavalleresco-dinastico di cui venivano insignite le famiglie nobili più importanti. I Gravina, oltre a essere stati già insigniti per due volte del titolo di Grandi di Spagna, furono dotati anche di questo. Per quanto riguarda le origini di questa casa posso rispondere con una certa minuzia nei dettagli poiché ho avuto la fortuna di trovare, attraverso il principe Gravina di Comitini, moltissime notizie dettagliate. Le prime testimonianze risalgono al 1400, i Landolina ne furono i primi proprietari. Di quel complesso medioevale restano i ruderi della torre, tutt’oggi inglobati nella struttura della casa. Dal 1600 a oggi, invece, gli unici proprietari sono stati i Gravina”.

Nella cura del racconto, nella precisione delle date e nella citazione delle fonti il professore svela tutta la sua competenza. È storico e docente universitario di Storia del Diritto medioevale e moderno all’Università di Messina. Beve un sorso d’acqua e continua: “Furono i Gagini a scolpire, nei primissimi anni del 1600, il grande balcone sulla piazza, tra i più lunghi e antichi del Val di Noto. La vera particolarità di questo balcone però non sta solo nei mascheroni delle mensole che rientrano perfettamente in quel gusto barocco tipico della ricostruzione post terremoto – mostri, sirene, dame e cavalieri – quanto nella raffigurazione di profili di eroi greci e imperatori romani, testimonianza chiara di quel retaggio di umanesimo e storia siciliana di cui siamo imbibiti”.

Si percepisce chiaramente quanto amore ci sia nelle parole del professore Pace. La stessa cura si ritrova nei salotti affrescati, nelle pareti colorate, nei volti severi degli antenati e nei dipinti sui soffitti del salone da ballo. “Sono oli su tela dei fratelli Vaccaro – spiega – incorniciati e incastonati nel soffitto. Ai quattro lati della volta ci sono degli ovali, al centro invece c’è una grande tela rotonda con un piccolo foro al centro affinché potesse passare la catena per il lampadario”.

Il professore vive qui da sempre. “Mia madre, Donna Giovanna Gravina di Palagonia, sposò nel 1954 mio padre, il barone Salvatore Pace, figlio del grande archeologo comisano Biagio Pace. Allora Caltagirone era un centro economico e culturale di tutto rispetto per cui decisero di fare di questa casa la loro principale dimora, che oggi condivido con i miei fratelli Biagio e Gianfranco”. Ci addentriamo fra le stanze e un blu inteso e vivo avvolge come in una bolla d’acqua.  “Questa è la stanza che custodisce i ritratti di famiglia – e ne indica qualcuno con la mano – la bellezza qui è data dalle colonnine centrali di gusto neogotico, frutto di mode riprese e gusti rinnovati negli anni”. E infine si arriva nella sala dell’alcova, azzurra settembrina, morbida e sonnacchiosa come il letto che nasconde tra le cortine di seta.

“In questa stanza hanno dormito alcuni viceré spagnoli ma non mi chieda i nomi perché rischierei di non essere preciso…” Ci si stupisce davanti alla perfetta conservazione degli arredi, all’elegante armonia dei dettagli, alla perfetta distribuzione cromatica nel susseguirsi delle stanze.  La collezione archeologica del nonno è conservata al Museo archeologico di Ragusa, ma in questa casa c’è tutta la biblioteca a lui appartenuta. Tra un ventilatore e una penna, un computer e fogli sparsi, una quantità straordinaria di libri fa capolino dalle pareti stipate. Volumi su volumi, libri consunti dal tempo e libri rilegati, enciclopedie, storie e biografie, letteratura e dizionari: il luogo deputato allo studio e al sogno, quel sogno che nasce solo dai libri.

Anche lui, il professore, oggi lavora qui. “La quasi totalità dei miei libri li ho scritti qui – spiega – ci sono più fonti in questa libreria che in alcune biblioteche universitarie. Essendo tra l’altro docente di Storia del diritto mi è più facile attingere a una libreria storica come questa che a una più moderna”. Con grande rammarico il tempo a disposizione per guardare, attingere e ascoltare è terminato. Viene da chiedersi chi sarà in futuro il custode di questa memoria. “Ho un figlio, si chiama Ruggero – racconta il professore – Studia Storia alla Statale di Milano”. Crede che tornerà a custodire con lo stesso amore che avete riversato lei e sua moglie le bellezze di questa casa?”.

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