La copertina dello scorso numero di Gattopardo ha sollevato alcune proteste per l’uso “strumentale” del nudo. Dalle battaglie femministe sembra di essere passati a un neo-puritanesimo che, alla fine, toglie alle donne  la libertà conquistata con vere e importanti lotte.

di Laura Anello

La fotografia sulla copertina del numero di Gattopardo di agosto – firmata da Domenico Drago, un fotografo subacqueo pluripremiato che ritrae corpi di donna con lo stesso stupore innocente con cui ritrae pesci, fondali e meraviglie della natura – ha suscitato sui social, accanto ai consensi, un’ondata di reazioni indignate da parte di donne (e di qualche uomo). Indignate – riassumo qui il senso complessivo di commenti diversamente sfumati, mi scusino i lettori per la necessaria approssimazione – per lo sfruttamento del corpo femminile a fini pubblicitari. Con la consueta sbrigatività “di pancia” dei social, un giornale dedicato al mare, tra paradisi naturali e minacce all’ambiente, è diventato per qualcuno (che non lo aveva neanche sfogliato, s’intende), “un giornale fatto con il culo”. Un giornale “sessista”, per provare a riassumere ancora. E pazienza se diretto da una donna.

Accuse che mi hanno fatto sovvenire diversi ricordi. I cortei cui partecipavo da ragazzina nei primi anni Ottanta, ultime raffiche del vento di liberazione, “dell’utero è mio e me lo gestisco io”. Le donne interamente coperte dal burka, con tanto di guanti alle mani e di calze ai piedi, che nel 2004 vidi immergersi nel mare di Sharm el-Sheikh accanto alle fanciulle in bikini (le fotografai insieme, aprendo un caso con un’avvocata omanita che chiese invano la consegna del rullino con la mediazione del direttore dell’albergo, deve esserne rimasta traccia in un reportage per il Giornale di Sicilia). Una bellissima mostra di fotografie che vidi a Milano nel 2011, “Undressed, la donna e il nudo d’autore negli scatti dei grandi fotografi del ‘900”, da Bill Brandt negli anni ’40 a Judy Dater negli anni ‘70, da Helmut Newton a Ferdinando Scianna a Karl Lagerfeld. E ancora un commento di Natalia Aspesi (forse sessista anche lei, a dispetto della sua decennale storia femminista) che a proposito del #MeToo ha scritto che “oggi in America si può denunciare un collega che si complimenta perché indossi un bel vestito”.

Ecco, tutto questo per dire che lo sguardo che anima i commenti sulla copertina di agosto (al netto dell’ignoranza di chi non distingue la pubblicità da un contenuto editoriale: la copertina non è pubblicità di nulla, è parte del giornale come un articolo o un altro servizio fotografico) è figlia di un pregiudizio ideologico che mi preoccupa non poco, proprio perché donna e figlia della stagione dei cortei. Un pregiudizio (attenzione, della sinistra “femminista”, non della “destra” del family day) che mi pare vada, seppure involontariamente, contro le donne. Neanche più libere di posare con il proprio corpo senza che questo diventi automaticamente sessista, ammiccante, buono per vendere copie.

Se decenni di battaglie per la liberazione femminile hanno portato a questo, siamo davvero messe male. Se il risultato è che il corpo di una donna non si può pubblicare, mai e in nessun modo, neanche se quel nudo è un’opera d’arte – e pazienza per le centinaia di artisti e di fotografi che da Prassitele in poi hanno ritratto il corpo femminile, tra mostre, pubblicazioni, premi (cosa facciamo, censuriamo? Oppure la mostra sì e il giornale no?) – significa che ci siamo incaprettate in un neo-puritanesimo che ci toglie una libertà conquistata a fatica. Significa che non abbiamo risolto niente e che ce la passavano meglio con le censure degli anni Cinquanta, con le donne o sante o puttane. Sento in queste critiche la stessa furia ideologica per cui il #MeToo, nato con sacrosante motivazioni, è diventato una caccia alle streghe che ha “accomunato in un unico miscuglio stupri e molestie, molestie e avance”, per dirla con Candida Morvillo sul Foglio, secondo cui – e concordo – “stiamo cercando di sostituire un sistema di potere maschile con un sistema di potere femminile, che dal primo ha mutuato il peggio”.

Da donna, pensavo che i nervi non fossero tanto scoperti. Pensavo che il tema del corpo fosse molto più risolto, che non fosse ancora un tabù. E che le questioni sul femminile (tante, ancora, da risolvere) si fossero spostate su altri piani: la libertà di scelta, anche sessuale (la cui mancata accettazione è spesso la porta della violenza), la parità autentica nel lavoro, nella gestione della famiglia, in molti contesti ancora l’accesso all’istruzione e l’indipendenza economica. Tra donne e uomini, io spero che tutti riusciamo a recuperare lo sguardo di innocenza dei bambini, privo di sovrastrutture ideologiche che acciecano. La donna del numero di agosto è una creatura marina, perfettamente integrata in una natura bellissima che quasi entra nell’obiettivo, bagnato da qualche goccia d’acqua. Una donna-sirena. L’ho scelta con sguardo assolutamente non pregiudiziale, trovando che raccontasse straordinariamente l’ebbrezza e la libertà di un bagno in un mare vivo e cristallino, e quindi un numero dedicato al nostro Mediterraneo. Mi ha fatto venire voglia di un tuffo.

Una sorta di richiamo a una natura antica, con quei piedi nello scoglio ricoperto di alghe che personalmente attirano la mia attenzione più del sedere (mezzo) nudo e mostrato di profilo, come quello di qualsiasi giovane donna che nuota libera e felice in un mare di cui si sente parte. Molto diverso da quelli che si vedono a centinaia, a migliaia, ammiccanti, oleati, tatuati, sulle spiagge italiane, maldestramente ritratti nel diluvio di fotografie del nostro mondo Instagram. La fotografia di un autore di 71 anni che ha vinto undici Plongeur consecutivi (cinque d’oro, altrettanti d’argento e uno di bronzo), cioè i trofei del Festival Mondial de l’Image Sous Marine di Antibes, un record finora ineguagliato. Che ha incassato nove vittorie, anche queste consecutive, al Festival di Strasburgo; che ha avuto il podio più alto per quattro volte al Festival di San Sebastian e, ancora – in Francia – al Trofeo di Parigi, alla Coupe Lumier e al Festival di Chelles con il Premio del pubblico.

Per “risarcire il danno”, qualche donna propone un nudo di uomo (prontissima a pubblicarlo, se la foto è bella) invocando una forma di par condicio riparatrice per tutta la stampa italiana. Smemorata, forse: basta pensare – restando all’editoria, e lasciamo perdere la pubblicità che, appunto, è altra cosa e meriterebbe altro discorso – al nudo integrale di Roberto Bolle, qualche anno fa, sulla copertina di Vanity Fair.

Così, ispirata da una colta collega che ha criticato la scelta della copertina citando Roland Barthes (La camera chiara. Nota sulla fotografia, leggetelo, è illuminante soprattutto oggi, nei nostri tempi dominati dai selfie) ho chiesto a un altro semiologo, Gianfranco Marrone, collaboratore di Gattopardo, che su Barthes molto ha lavorato, di scrivere lui una riflessione sulla storia e il significato del nudo, tra erotismo e pornografia (la trovate qui di seguito a pag. 82). Perché, come scrive Barthes, l’approccio di chi guarda è dettato da un “sentimento” che anima in modo del tutto arbitrario, facendo innamorare di una fotografia e lasciando totalmente indifferente nei confronti di un’altra. Oggi che sentimento ci anima quando osserviamo il mondo?

Laura Anello