Breve viaggio nella storia di come l’uomo ha interpretato il rapporto tra corpo e nudità. Tra ideologia e ricerca estetica

di Gianfranco Marrone

Nulla di più astratto del Nudo. Come il tempo per Agostino, tutti sanno di che cosa si tratta, ma al momento di definirlo nascono problemi niente male. Un corpo senza vestiti, certo: così dice il dizionario. Ma viene prima il corpo o prima i vestiti? Apparentemente è ovvio: prima il corpo. Tuttavia questo corpo non sarebbe nudo – forse semmai soltanto naturale, nel senso di originario, ancestrale, dunque in fin dei conti sconosciuto – se prima non ci fossero i vestiti che, eliminati, ne svelassero la nudità. “Senza” significa questo. Nessuna società umana, mai, è stata – o è ancora – composta di persone che vanno in giro prive di qualcosa che ne ricopra la pelle: con abiti, ornamenti, tatuaggi, scarificazioni, pitture varie. Si potrebbe dire perciò che l’uomo ha sempre usato come tratto distintivo, rispetto ad altri esseri viventi, la trasformazione del corpo: la famigerata separazione fra natura e cultura, biologia e società sta qui, insieme al linguaggio, la cucina, la capacità di produrre artefatti. Ogni civiltà è tale perché al suo interno c’è gente che parla, che modifica le sostanze alimentari per mangiarle, che produce strumenti, ma soprattutto che plasma i corpi, li rende umani, privandoli di quella che è la loro caratteristica supposta animale: la nudità. (Sugli animali tacciamo: anch’essi sanno alterare benissimo le proprie fattezze esteriori).

Detto ciò, il lavorio antropologico è tutto da fare. Quali e quante parti del corpo vengono ricoperte? Mica sempre e dappertutto le stesse. Anche qui, nulla di naturale, di evidente. E nulla di forzatamente sessuale. Certe tribù africane lasciavano scoperti i seni femminili e i genitali maschili, ma mai avrebbero mostrato il collo o l’addome. Per alcuni islamici i capelli delle donne sono da nascondere, per altri anche il viso, ma non certamente le mani o i piedi. I gonnelloni a campana che molte donne hanno indossato per secoli avevano il compito di nascondere la forma delle gambe, ma le spalle, la schiena e spesso anche il decolleté dovevano essere oggetto di persistente, generale adorazione. Molto diversamente le nostre bisnonne andavano in spiaggia, uscendo frettolosamente dalla cabina balneare, con mutandoni ascellari e cuffiette très chic, permettendo comunque al pubblico maschile (anch’esso a suo modo ben coperto) di ammirare la loro silhouette. Se per le prime era scandalosa la sagoma del corpo ma non la pelle, per le seconde valeva il contrario. Ognuno insomma con le proprie regole, al tempo stesso etiche ed estetiche, e le conseguenti trasgressioni. Niente di più relativo, nel senso di mutevole, di un corpo nudo: basta osservare come le mode, anno dopo anno, propongono i costumi da spiaggia – femminili come maschili – per capire quali parti del corpo meritano, a loro dire, d’essere baciate dal sole e quali tenute in ombra. A lungo si è parlato di “nuda verità”: espressione linguistica che addita in un sol colpo l’estrema difficoltà del far scienza e del gestire il corpo.

Il Cristianesimo ha avuto per millenni una politica assai dura contro le nudità, ovvero contro la scopertura di alcune precise parti del corpo, di fatto additandole al pruriginoso interesse generale. Il divieto stuzzica l’appetito, si sa, e in questo preti e cardinali, inquisitori e predicatori d’ogni sorta hanno fatto di tutto per foraggiare una variegata pudibonderia sessuomaniaca che, coprendo i corpi, o meglio alcune loro zone, le caricava di sovrabbondante valore erotico. Lasciando in questo agli artisti il compito di coprire e scoprire i corpi, esibendoli oppure ombreggiandoli, dietro l’alibi di una bellezza tutta da definire. I quadri con Veneri e Ninfe varie finivano così nei boudoir del divin Marchese e dei suoi innumerevoli avatar, mentre quelli con le sante, martiri e sperabilmente vergini, ornavano invece gli altari delle chiese. Fra i roghi medievali delle streghe (donne senz’altra colpa d’esser tali) e l’intransigenza incanaglita di alcuni gruppi femministi (che invocano gravi scandali sessisti a ogni minimo baluginare di un fondoschiena o di un capezzolo) sembra esserci insomma molta più somiglianza del previsto. Il peccato, è il caso di dirlo, è quello di dimenticare sistematicamente il contesto: andare in ufficio in bikini è provocazione, così come indossare un tailleur al villaggio turistico.

Per fortuna il buon senso, diceva quell’ottimista di Descartes, è la cosa meglio distribuita al mondo, e le cose, nella realtà quotidiana, sono spesso state più semplici o più complicate di così. Rispetto alle opposizioni antropologiche di fondo fra nudo e vestito, scoperto e coperto, eccitante e soporifero – assai rigide e pretenziose -, il genere umano ha fatto ricorso a tutta una serie di escamotage per attutirle, aggirarle, rendendole ben più divertenti e più intelligenti. Uno fra tutti, quello maggiormente gettonato: il velo. Grazie al velo non si tratta più di esibire, da un lato, e di contemplare, dall’altro. Banale. Il gioco diviene quello del lasciar scorgere e dell’intravedere, di far immaginare e di riuscire a cogliere nonostante tutto. Salomè, moltiplicandolo, ne ha fatto certo un cattivo uso: lasciando comunque ai posteri la sicura testimonianza di quanto questa stoffa leggera e sgranata fosse enormemente efficace nel gioco – insieme sessuale e mentale – della seduzione e del piacere fascinoso.

Siamo così alla differenza, sottile ma essenziale, tra erotismo e pornografia che, ben più della secolare pittura di genere, moltissimi fotografi del Novecento hanno saputo interpretare alla perfezione. Grandi maestri dello scatto come Man Ray e Jean-Loup Sieff, Eduard Boubat e Robert Mapplethorpe, Richard Avedon e Helmut Newton (qualche dubbio per il barone von Gloeden) ci hanno mostrato visivamente – e dimostrato criticamente – come il Nudo possa essere concretissimo senza per questo essere volgare, ultrasexy senza immediati cedimenti orgasmici, raggiante e dunque privo di cupe morbosità. Ci hanno così insegnato che laddove l’erotismo è il regno della fantasticheria intramontabile, della sessualità euforica e differente, la pornografia è il dominio della ripetizione meccanica, delle pose esplicite miranti a un risultato unico e solo, sempre uguale a se stesso. Entrambi giocano col Nudo, ma in modo opposto. A ciascuno di noi scegliere da che parte stare.

P.S. Lettura indispensabile: “Il seno nudo” di Italo Calvino, in Palomar.

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