Dopo Belluscone Franco Maresco presenta al festival di Venezia La mafia non è più quella di una volta sul tema della violenza della criminalità organizzata e sugli anni delle stragi.

di Francesca Taormina – foto Mario Virga

Quando la cinepresa diventa un bisturi, una lama infuocata che esplora le piaghe fino in fondo, senza preoccuparsi del dolore, ecco che allora siamo di fronte ai film di Franco Maresco. A Venezia ha preso parte alla Mostra del Cinema, rassegna prestigiosa, internazionale e lì ha presentato La mafia non è più quella di una volta, con il sostegno dell’Istituto Luce.

Qui il gioco si fa duro, il tema scotta, ed è vero che sempre i suoi pensieri in immagini scottano, ma qui toccano il cuore stesso della Sicilia, la storia dolorosa degli ultimi trent’anni, le guerre di mafia e le stragi che uccisero i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel 2017 ricorreva il venticinquesimo anniversario delle stragi, per molti occasione di di ricordo più o meno sofferto, per altri una ferita aperta, non guarita.

C’è un Virgilio che accompagna Maresco nel viaggio del giorno fatidico, il 23 maggio, l’anniversario dell’eccidio di Capaci, ed è la fotografa Letizia Battaglia, che nei gloriosi anni del giornale L’Ora non mancò mai un delitto, un’eccellente cronista della vita siciliana. Il cinema di Franco Maresco ha una sorprendente linea di continuità, figlia della sua visione del mondo. “L’ambiente da cui provengo – racconta il regista – mi ha dato la consapevolezza della cattiveria che abita gli uomini. Il male esercita sugli esseri umani un potente fascino, predomina su tutto”.

Quando era molto giovane, e lavorava con quello che considerava suo figlio adottivo, Daniele Ciprì, lo definivano “beckettiano”, alludendo al suo sodalizio con Franco Scaldati e al non senso che le sue opere esprimevano. Oggi beckettiano non lo è più, è passato direttamente a Hobbes, il filosofo dell’Homo homini lupus, quello del male radicato negli uomini, che per il filosofo inglese sono potenziali ladri e assassini. E sembra di vedere le facce stravolte dei suoi film, i corpi degradati, le pance gonfie di chi mangia cibi malsani, e sempre viene fuori il suo vangelo, che la “realtà è un horror”. La mafia non è più quella di una volta è la continuazione ideale di Belluscone, una riflessione sinistra, impietosa, sulla mafia al tempo della società dello spettacolo. Uno dei protagonisti, Ciccio Mira, organizzatore di feste di piazza, aveva l’ultima battuta di Belluscone che era proprio “la mafia non è più quella di una volta”, ed ecco l’incipit. Ma è un titolo che può destare sospetti, significa forse che un tempo la mafia – quale mafia – era migliore? “No – risponde Maresco – nessuna ambiguità, ma a Palermo, tra gli indigeni, è diffuso il sentimento che prima, prima, non si sa bene quando, la mafia era una cosa diversa, poi con la vittoria dei corleonesi, è diventata efferata. Faccio un esempio per chiarire. Ho incontrato più volte Gaspare Mutolo, uno degli ultimi pentiti interrogati da Paolo Borsellino. Raccontava un episodio degli anni ’70, gli avevano commissionato l’omicidio di un giovane, lo seguivano, ma si accompagnava sempre con la fidanzata, andarono in una pensione di via Maqueda e i mafiosi attesero che restasse solo per farlo fuori. E concludeva dicendo: veda che delicatezza. Capisco che è inaccettabile, è una follia, è sopra le righe, ma rispecchia il pensiero di Ciccio Mira, il ‘Mitico’, organizzatore di concerti in piazza, con i neomelodici”.

È una narrazione spietata della Sicilia, di Palermo “e già in Enzo, domani a Palermo, che fu presentato a Venezia nel ’99, parlavo dei cantanti neomelodici, senza moralismi, senza cercare buoni e cattivi, ma è indubbia una certa contiguità con Cosa Nostra. Cantano ai matrimoni dei mafiosi, ai compleanni dei ‘ndranghetisti. Nulla di nuovo si dirà, sono gli eredi di una lunga tradizione. Una volta chiesi a Nino D’Angelo perché aveva cantato ai matrimoni dei camorristi, mi rispose che dopo un ingaggio non si chiede la fedina penale a chi paga. Un certo mondo dello spettacolo e certe frange della criminalità sono vasi comunicanti. E poi ci chiediamo come mai alcuni comprimari di Gomorra siano finiti in carcere…”.

Poi, immersa nel pessimismo cosmico di Franco Maresco, c’è la terza parte del film che è una cronaca in diretta del 23 maggio del 2017. I ragazzi e i bambini che arrivano a Palermo con le navi della legalità, e il corteo con le magliette e le bandierine, “Questo è il volto spettacolare dell’Antimafia, i bambini… tra vent’anni cosa resterà del sacrificio di Falcone e Borsellino? Pif non lo direbbe mai, ma io non riesco ad avere una visione edulcorata, semplificata della realtà, il fenomeno della criminalità organizzata non è cosa da guardare con lo sguardo di un bambino.  Ma se l’antimafia finisce con l’avere il volto di Pif, che pure stimo molto, stiamo messi bene. Semplificare la nostra vita o la nostra coscienza è cosa che non mi appartiene, almeno per me che combatto ogni giorno con una severa depressione, combatto i miei mostri, e non vedo salvezza. I tempi della speranza, quelli di Cinico TV, con Daniele Ciprì, sono lontani, così come la speranza. Allora accadde una specie di miracolo: Guglielmi, il direttore di Rai 3, decise di mandare in onda i nostri cortometraggi, evento irripetibile, ma erano anni di speranze politiche. Oggi va di moda l’indifferenza e io sto male.”

Francesca Taormina

 

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