La mia generazione, quella nata alla fine degli anni Sessanta, è cresciuta con il refrain del “santo in Paradiso”. Chi ce l’ha fatta – faticando dieci volte rispetto agli altri – ha l’orgoglio di averlo smentito.

di Laura Anello

Erano in tanti a snobbarlo Roberto Lipari. Cresciuto a sketch su Facebook, video su Youtube, accompagnato da un consenso sostanzialmente social. E invece adesso questo ventinovenne palermitano, che già in prima elementare raccontava barzellette ai compagni, ha dimostrato di essere maturo per il grande salto. Proprio in questi giorni esce nelle sale Tuttaposto, film che promette di essere un successo.

E non solo per il cast che annovera attori come Luca Zingaretti e Monica Guerritore, non solo per i produttori (Ficarra e Picone), non solo per la distribuzione di Medusa, ma perché è un film vero, solido e ben fatto, che svela il talento del suo protagonista. Non il solito collage di tormentoni.

Un film che racconta, tra il serio e il faceto, uno dei grandi mali italiani, quello della raccomandazione, scegliendo come punto di osservazione l’università e i suoi baronati. Profetico quasi, visto che è stato girato in quella Catania dove pochi mesi dopo la fine delle riprese un terremoto ha scosso l’ateneo proprio per un’inchiesta su concorsi pilotati. Di sicuro capace di puntare il dito contro una malattia nazionale – e siciliana – che è figlia del familismo, delle logiche clientelari, del sottosviluppo.

La mia generazione, quella nata alla fine degli anni Sessanta, è cresciuta con il refrain del “santo in Paradiso” (e se non ce l’avevi, della tua vita potevi fare poco o niente). Chi ce l’ha fatta – faticando dieci volte rispetto agli altri – ha l’orgoglio di averlo smentito. Il molto più giovane Lipari, figlio di un commerciante al mercato ortofrutticolo e di una madre impiegata alla Regione, è senz’altro tra questi.