di Santo Piazzese

Il viaggio, dice il poeta Seferis, è la prima cosa che Dio ha creato. All’italiano viaggio corrispondono, nella lingua inglese, tre distinti vocaboli: voyage introduce una dimensione materiale, perché deriva da viaticum, “provviste per il tragitto”; Journey, da diuturnum, esprime la dimensione temporale, ovvero una durata; infine, travel, da travail, cioè dolore, travaglio, suggerisce per estensione l’aspetto emotivo, che sia sconforto o gratificazione. Nella lingua inglese c’è un quarto vocabolo che riunisce in sé tutte le sfumature dei tre precedenti: Odyssey.

Anche di questo parla Daniel Mendelsohn, docente di letteratura al Bard College, nello Stato di New York, nel suo Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea (Einaudi ed.; trad. di Norman Gobetti). È una storia autobiografica. E si legge come un romanzo.

Inizia quando Jay, il padre ottantunenne dell’autore, gli chiede di potere seguire il seminario sull’Odissea che Daniel ha in programma per il semestre. Un impegno di alcune ore, un giorno alla settimana, per sedici settimane. Per sedici volte, lungo un inverno rigido, Jay percorrerà nei due sensi in auto o in treno i duecento chilometri che separano la sua casa dal Bard College. L’uomo ha una formazione di matematico, ha lavorato per un’azienda aeronautica, e poi ha insegnato in una piccola università. Ma si trascina un antico rimpianto per avere abbandonato gli studi del latino negli anni del college.

I compagni di seminario di Jay hanno 17-18 anni, e seguono con benevola curiosità le sue osservazioni e le sue obiezioni sull’interpretazione che Daniel fornisce di certi passi dell’Odissea. La curiosità dei ragazzi – come il figlio scoprirà alla conclusione del seminario – si è via via convertita in ammirazione e affetto. Altri aspetti della vita di Jay che Daniel non aveva mai sospettato per via del carattere del padre, poco incline a manifestare le proprie emozioni, verranno fuori in una sorta di appendice al seminario, quando Jay accetterà la proposta di Daniel di partecipare a una crociera nel Mediterraneo, nei luoghi dell’Odissea. Dalle rovine di Ilio, a Itaca. Passando pure per Segesta.

Il libro si dispiega lungo due distinti livelli di narrazione, due itinerari in teoria paralleli, ma che finiscono con l’intersecarsi pagina dopo pagina. Il primo è costituito dalle discussioni che si svolgono tra gli iscritti al seminario, intorno agli episodi dell’Odissea. Il secondo è il viaggio struggente di Jay e Daniel, alle radici del loro rapporto. Sulle orme di Ulisse e Telemaco. Alla fine, come afferma Daniel, l’Odissea è una storia di padri e figli.

Emozionante e raffinato. Uno dei libri più ammalianti in cui mi sia imbattuto negli ultimi anni.

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