di Paolo Inglese

Mio nonno, i nostri nonni siciliani associavano la bellezza alla bontà. Che bella questa pesca, oppure, che belli questi spaghetti. Facile no? In fondo non è altro che una sorta di kalòs kai agathòs gastronomico. Ci sta, siamo o no gli eredi di quella cultura? Poi sono arrivati loro, quelli che la bellezza nasconde il pericolo. Il capostipite? Chi se non Grimilde, la regina cattiva di Biancaneve, con la sua mela la cui bellezza è tale solo “per tentarla e farla addormentare per sempre”?

Da allora, è stata tutta una ricerca estetica. Basta leggere le norme di commercializzazione della frutta che parlano solo di assenza di difetti, pezzatura, forma, colore, come se questo dovesse garantire anche il resto, il piacere di mangiarla. Dal miglioramento genetico alla gestione del frutteto e dei luoghi di commercio, è tutta una corsa a frutta bella da vedere, facile da lavorare e da conservare e, troppo spesso, senza sapore. L’ho già scritto, lo so, ma giova ripetere. Le pesche tutte rosse illudono, nascondendo una raccolta troppo precoce per consentirne la piena espressione del sapore. Adesso, le albicocche. Diventate sempre più grandi, sempre più rosse, sempre meno succose e saporite. Quest’anno un disastro per gli agricoltori: frutta invenduta, prezzi bassi, consumatori che non consumano. Nessuno ricorda più che l’albicocca, appunto, è un coccus albus, cioè un frutto bianco, con la polpa bianca, profumata, liquescente. Nulla a che vedere con frutti asciutti, con la polpa gialla e la buccia rossastra.

Torniamo al passato? Un altro appello all’antico? No, non servirebbe. Piuttosto facciamo capire, noi che siamo “il mercato”, che la frutta ci piace matura e che occorre raccoglierla al momento giusto e che la perfezione, se è solo estetica, è una truffa. Non basta raccontare, come avviene oggi, che la nostra frutta è buona perché è sostenibile. È come il politico che dice di essere bravo, perché “per bene”, onesto. Ma no, quello è un prerequisito. Noi dobbiamo volere, magari pagare di più, frutta correttamente matura, magari non bellissima da vedere, ma che ci faccia venire voglia di comprarne ancora. Non occorre che si possa conservare settimane a casa, basta comprarne meno a più riprese. Questa è l’alleanza che serve tra noi e chi fatica in campagna. Chi distribuisce e vende, si adegui pure.