A pochi chilometri da Palermo la Secca della Formica è uno degli ambienti marini più spettacolari della costa settentrionale della Sicilia. Una mecca per i subacquei

di Antonio Schembri

Andare sott’acqua insegna a lasciarsi andare, accogliendo le sensazioni che un tuffo nel blu può regalare e nel contempo ad amministrare energie fisiche e lucidità mentale. Esperienze sensoriali, quelle regalate dal “mondo del silenzio”, come il comandante Cousteau chiamava l’ambiente sottomarino, basate soprattutto sull’accendersi dei suoi colori, a bassa profondità esaltati dai riflessi solari ma che esplodono in tutta la loro varietà e nitidezza cromatica quando, mano a mano che ci si allontana dalla superficie, si indirizzano torce o flash su rocce, organismi acquatici o oggetti sommersi, talvolta di valore archeologico. 

Tra le città costiere d’Europa protagoniste nello sviluppo dell’attività subacquea, anche Palermo ha giocato un ruolo rilevante. E lo ha fatto grazie a un particolare sito sommerso, la Secca della Formica, indicata unanimamente come la mecca dei subacquei lungo l’intero litorale settentrionale della Sicilia. Le ragioni sono disparate e includono anche l’accessibilità di questi fondali ai neofiti e le continue sorprese anche per chi pratica le immersioni da molto tempo. 

Siamo a un miglio marino a nord di Sòlanto, località famosa per l’antica tonnara e dell’arenile dell’Olivella, la contrada costiera a fianco di Santa Flavia, a venti chilometri da Palermo, dove – stando alle scarse testimonianze attribuibili a Tucidide – sarebbe stata la Solunto più antica, quella fenicia, distrutta dai Greci di Siracusa nel IV secolo avanti Cristo e, successivamente da loro ricostruita sul dorso del Monte Catalfano, per essere infine ampliata urbanisticamente dai Romani dopo la Prima Guerra Punica. Riferimenti archeologici non casuali. È in questi fondali, strapiombanti ad alte profondità, che a metà degli anni ’90, durante un’immersione cui prese parte l’archeologo Sebastiano Tusa, venne infatti rinvenuto, a circa cinquanta metri di quota, un ceppo d’ancora romano. “Su questo scoglio – disse allora il professore, all’epoca impegnato nella definizione del Giaas, il gruppo siciliano di indagine archeologica subacquea (progetto antesignano della Soprintendenza del Mare), si sono schiantate molte antiche navi onerarie e la stessa vicinanza alle rovine di Solunto non esclude la possibilità di altre sorprese, maree e profondità consentendo”. 

Perché appunto, di una secca d’alto mare di tratta, con tutte le caratteristiche connesse.  La Formica, che prende il nome dall’esigua parte semi affiorante del suo cappello roccioso, è una montagnola sommersa perfettamente in linea sia con un’altra secca profonda, quella della Chianca – un tempo molto pescosa e sfruttata dalla vicina marineria di Porticello, la più importante in Sicilia sul fronte della piccola pesca artigianale – sia con la punta di Capo Zafferano, il promontorio che separa il golfo di Palermo da quello di Termini Imerese. Inoltre la sua posizione si trova sulla rotta di navigazione tra Solunto e la greca Himera, città che guerreggiarono a lungo. 

“Probabilmente in tempi ancora più remoti questo sistema roccioso doveva costituire un unico costone emerso prima di inabissarsi per bradisismo”, spiega Alfonso Santoro, titolare a Casteldaccia del Diving Blue Shark e una tra le guide subacquee che conoscono a menadito ogni anfratto di questo paradiso sommerso dalla forma singolare. “La secca presenta due scogli semi affioranti e uno separato, del tutto sommerso, il cui cappello si trova a meno di dieci metri di profondità  – continua -. È una montagnola dalla forma romboidale simile a un ago di bussola perfettamente orientato: un’estremità segna l’est, l’altra l’ovest, al punto da suscitare la vaga ipotesi che quando questa zona era emersa gli antichi potessero avervi realizzato una sorta di costruzione totemica. Solo una supposizione però, perché si tratta di roccia granitica, tutt’altro che friabile e lavorabile e se lo fosse il moto ondoso di secoli l’avrebbe demolita”.

Ciò che è invece certo è l’eccezionale vita marina che prospera già pochi metri sotto il pelo dell’acqua. Organismi spettacolari come i parazoanthus, corallo molle dai cromatismi giallo-arancioni, i nudibranchi, molluschi dalle sfumature multicolori o di colore violetto, come le flabelline e variegate famiglie di gorgonie, dalle eunicelle, con i loro caratteristici rami giallo vivo, alle gorgonie rosse, che punteggiano il fondale a quote a partire dai 25 metri: sono gli organismi coralligeni più spettacolari della Formica quando si aprono controcorrente a grandi ventagli purpurei per catturare nutrienti. E poi una sarabanda di molluschi, crostacei e pesci. Da quelli che vivono e cacciano vicini alle proprie tane, come i polpi, le aragoste, le murene, cernie di varie dimensioni, a volte davvero grandi; ai pesci pelagici, che scorrazzano nel blu di fronte il reef a gran velocità in stupefacenti gimcane di caccia: dai dentici alle ricciole ai tonni. 

“La Formica è speciale perché qui talvolta compaiono specie ittiche che non hanno nulla a che vedere con la tipica fauna mediterranea ma che, provenendo da ambienti tropicali, si sono adattate a questo areale marino nel giro di poco tempo, anche per via del non certo confortante innalzamento della temperatura del mare – spiega Santoro -. Per esempio i pesci pappagallo e dei piccoli pesci balestra che girano attorno a uno dei due cimoni d’ormeggio. Ma periodicamente qui il mare regala incontri con assolute rarità, come fitti branchi di pesci trombetta e, come è avvenuto, in anni recenti, il mola mola, ovvero il pesce luna, il più grande tra i pesci ossei”. Vero e proprio unicum, poi, è la distesa di corallo nero, situata ad alta profondità lungo una scogliera sommersa da 55 a poco meno di 70 metri di profondità. Questo organismo, la antipathella subpinnata, detto corallo nero per il colore scuro del suo scheletro, si presenta però come un’abbacinante distesa bianchissima, come appaiono le sue ramificazioni: “Che si trattasse di questo genere di corallo è stato possibile accertarlo dopo studi e comparazioni con altri rametti trovati nelle reti di pescatori di altre zone del Mediterraneo – spiega Santoro -. Considerato che questo organismo prolifera a profondità davvero abissali, superiori ai settanta metri, la colonia della Formica è di fatto la meno profonda mai individuata nel Mare Nostrum”.

E dire che in tempi neanche tanto lontani l’ecosistema della Formica ha rischiato grosso. “Era praticamente una discarica, sott’acqua si trovava di tutto, come ancor oggi avviene per via delle correnti, reti, copertoni e tutta quella gamma di oggetti dell’inciviltà nautica che oggi recuperiamo con apposite operazioni ecologiche dentro i porti turistici o sul bassofondo dei litorali più frequentati”, ricorda Santoro. Fu proprio il riconoscimento dell’ancora romana con Sebastiano Tusa a sollevare l’urgenza della tutela di questa secca. 

“Da oltre vent’anni sul raggio di duecento metri dalla cuspide dello scoglio non sono consentiti né l’ancoraggio né qualsivoglia attività di pesca – sottolinea Giuseppe Morra, comandante della Guardia Costiera di Porticello. È consentito solo l’ormeggio mediante l’utilizzo delle due grosse cime appositamente assicurate alla base di altrettante rocce sommerse. Questo regime di protezione, che ci porta a ripetuti controlli nell’arco della giornata, è stato negli anni molto funzionale all’attività dei diving center della zona o che arrivano sul sito direttamente da Palermo. E, malgrado ci sia ancora molto da fare in termini di educazione nautica dei diportisti, ha contribuito a incrementare il rispetto delle regole in mare”.