di Maurizio Carta

Nel porto di Brest c’è un bacino di carenaggio storico che ha la forma perfetta della chiglia di una nave, come se fosse un calco da cui sia stata appena sfornata l’opera. Un segno che spiega con grande precisione cosa sia quella che chiamo “città liquida” e in che modo dobbiamo ripensare alle relazioni tra la città e il suo porto, tra la città e le sue spiagge o le rive fluviali. L’impronta della chiglia di una nave impressa nella banchina del porto, l’incisione di una forma navale nello spazio urbano che si fa identità della morfologia della città spiega bene cosa significhi riconnettere l’economia marittima con lo sviluppo urbano. 

Come tornare a considerare il porto e le attività legate al mare componente indispensabile della prosperità di una città, dopo gli anni della separazione e gli anni del ricongiungimento fittizio? Brest, ma anche Cork, Aalborg, Barcellona, Stoccolma, Nantes, Siviglia, BordeauxGenova e, più recentemente e con ancora minore intensità, Palermo, ci dimostrano e pretendono che la questione non sia più trovare la migliore linea di demarcazione tra porto e città, o la più efficace porosità dell’interfaccia, ma riammorsare le parti, riportando la città sull’acqua non più solo attraverso le naturali funzioni di trasporto o quelle legate al tempo libero, ma tornando ad abitare, produrre, studiare, mangiare sull’acqua.

Significa riportare l’acqua nella città come componente della sua identità, come materna placenta del suo sviluppo. L’acqua e le funzioni marittime devono tornare a incidere lo spazio urbano, conformandolo, disegnandolo, plasmandolo come ci ricorda il bacino di Brest. A questo ambizioso obiettivo è dedicato un grande progetto europeo finanziato da Espon, l’osservatorio europeo sulla pianificazione territoriale, cui partecipa anche l’Italia, mirato a progettare e governare la città liquida: superando il concetto di soglia ottimale, abbattendo qualsiasi limite e barriera e lavorando su interfacce porose, permeabili, spugnose, composte di sporgenze e di anfratti, di miscele di funzioni e di persone, dove la città torna a essere matrice e nutrice di sviluppo e di progresso attraverso l’acqua che ne ha sempre determinato la sua nascita e che oggi deve tornare potente energia nella rinata “talassoeconomia”.

E questa sfida è particolarmente necessaria per le città portuali europee medie e piccole che del rapporto con il mare, con il porto, hanno fatto spazio vissuto per secoli. Vogliamo tornare a vivere il mare urbano come esperienza domestica, come luogo di socialità, respirando a pieni polmoni il benefico iodio che potrà aprirci la mente a un futuro migliore per le nostre città, tornate acquatiche.