La “questione industriale” siciliana è drammaticamente urgente, perché attorno al declino della manifattura sta maturando il flop strutturale dell’economia regionale.

di Antonio Purpura

In Sicilia, l’industria manifatturiera contribuisce per meno del 6 per cento alla formazione del Pil totale, una quota pari a meno di un quarto delle regioni più industrializzate del Paese (Veneto 24,5 per cento, Emilia Romagna 24,4) e a poco più della metà della Puglia (10,3 per cento). E ancora, al netto del Pil generato dalla raffinazione del petrolio e dalla produzione di energia, la quota del settore manifatturiero sul Pil totale regionale precipita al 3,2. Dinanzi a questi dati, è legittimo chiedersi se esista una “questione industriale” regionale? Non solo è legittimo ma è drammaticamente urgente, perché attorno a questo crollo della manifattura sta maturando il flop strutturale dell’economia regionale. 

Forse, l’incapacità di leggere la “questione”, e di definire risposte efficaci, è alla base della sua eclissi dal dibattito e dalle decisioni di quanti – governo regionale, forze politiche, attori intermedi della società civile – dovrebbero occuparsene.  Questa irrazionale rimozione collettiva trova certamente un alibi nell’espansione delle attività legate al turismo. Tuttavia, non c’è alcuna evidenza che possa accreditare la centralità, o addirittura l’esclusività strategica, del turismo nello sviluppo economico di una regione, come la Sicilia, con oltre 5 milioni di abitanti, un tasso di disoccupazione (corretto) del 35,9 per cento, un gap pesante della produttività del lavoro e la percentuale di Neet – ossia di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono attività formative – più alta del Paese.

La Sicilia ha fame d’industria. Ed è bene sottolineare come la crescita del suo tessuto industriale sia fondamentale anche per dare basi non effimere all’espansione economica alimentata dai flussi turistici. Solo una manifattura sviluppata può catturare e moltiplicare gli effetti espansivi della spesa dei turisti sul reddito e sull’occupazione. In alternativa si rischia di replicare il modello di dipendenza dalle importazioni delle destinazioni turistiche dei Paesi meno sviluppati. 

È tempo, dunque, di chiudere il dibattito, tanto sterile quanto autolesionista, sulla contrapposizione fra turismo e industria. Una alternatività strategica priva di fondamento, oggi come in passato. Ed è tempo di fare un esercizio di sano pragmatismo nella progettazione dello sviluppo regionale.