Ecco la storia di Gioacchino Cataldo, tonnaroto dall’età di quindici anni, raìs della tonnara di Favignana dal 1996 al 2007, quando le attività di pesca vengono interrotte. Dichiarato dall’Unesco “patrimonio umano vivente”, ha incarnato una tradizione antichissima.

di Chiara Dino / foto Igor Petyx

È negli anni Ottanta che cambia tutto. Anche qui, anche a Favignana, anche nella storia dell’ultimo raìs, investito dall’onda lunga – lui che di onde e salsedine era il sultano – della Milano da bere con il suo ciclone pubblicitario che cambia modelli e culture. La tv arriva pure nella più grande e più nobile delle isole Egadi e la storia del tonno in scatola “così tenero che si taglia con un grissino” (e dei suoi concorrenti) è complice della fine di un’epoca, quella della mattanza reale. Fatta di rischio, certo, ma necessaria a catturare pesce per la sussistenza della comunità. Verrà soppiantata, la storica pesca del tonno favignanese, prima da quella nata per foraggiare il mercato giapponese, poi da quell’altra che è mattanza-spettacolo per far contenti i turisti. È curioso che questa storia sia raccontata con tanta precisione e passione da Massimiliano Scudeletti, un fiorentino, uno che di questi mari e di queste coste, così poco pettinate rispetto a quelle delle vicine isole Eolie, è osservatore esterno. Assiduo, costante, ma esterno. 

Ma è andata così e si capisce perché il suo libro dedicato a Gioacchino Cataldo morto il 12 luglio scorso – L’ultimo raìs di Favignana, Aiace alla spiaggia, appena uscito per Bonfirraro editore – sia stato accolto bene anche da Antonella Cataldo, la figlia dell’ultimo capo-mattanza, eroe anti-eroe, visto che di retorica e di parole al vento ne masticava pochissime, ma alle imprese non si sottraeva mai. Forte, virile, silenzioso, pudìco, Gioacchino Cataldo e la sua parabola esistenziale e reale sono la sintesi della storia di una comunità intera. Così lo ha letto Scudeletti  e così sa bene chi ha conosciuto il raìs e frequentato l’isola. 

Cosa ne sarà della mattanza, proprio quest’anno che sembrava dovesse ripartire, salvo poi la marcia indietro della famiglia Castiglione in uno scambio di accuse con il ministero delle Politiche agricole che pure gli aveva riservato delle quote-pesca (a suo dire, non sufficienti), non è dato saperlo. Cosa ne è stato di lui sì ed è bello ricordarlo. Gioacchino, possente come pochi – aveva 48,5 di piede, due mani enormi e gentili e la testa di un Ercole con folti capelli e barba lunga, è stato parte integrante della storia della mattanza e della tonnara, lo stabilimento industriale di Favignana dove si lavorava il pescato per poi venderlo, sin da quando era bambino. In questa struttura, che ora è museo e che è perfettamente integrata con lo skyline dell’isola perché di questa riproduce sagome e colore – Favignana è tutta fatta di tufo – ha iniziato a lavorare a 14 anni. A gestirla non c’era più la storica famiglia siciliana dei Florio, che pure l’aveva fatta nascere e crescere, la prima volta che mise piede lì dentro. I genovesi Parodi l’avevano già acquistata, ma nel 1955 la mattanza era ancora fiorente e lui, ragazzino, era stato acquisito nell’esercito dei garzoni per “pestare le budella del tonno con l’acqua di mare dopo che questi venivano sventrati”. 

“È sveglio ed è un ragazzo che va tenuto d’occhio”, si legge negli appunti di chi lo ha assunto. A quel tempo solo due famiglie si contendono quasi esclusivamente il privilegio di dare i natali ai raìs a Favignana: gli Ernandes e i Rallo. Per lui bisognerà aspettare il 1996. Prima di diventare capo indiscusso dei tonnaroti emigrerà in Germania, per poi ritornare quattordici anni dopo, ma come semplice pescatore di tonno. Come gli altri, ma meglio degli altri. Così pensava e sapeva il suo maestro, anche lui raìs, che di nome faceva Gioacchino e di cognome, neanche a dirlo, Ernandes. Cosa sia stata la mattanza prima degli anni ’80 è Cataldo stesso a raccontarlo nel libro, ora attraverso il racconto del fiorentino appassionato di Egadi, ora in prima persona visto che interi brani di questo volume sembrano riprodurre un monologo dell’ultimo raìs, quasi dei brandelli di suoi sogni e memorie. È Gioacchino che parla di quelle reti calate da secoli nello stesso specchio di mare – poco al largo del porto dell’isola -, tenute ferme sui fondali da grandissime ancore e divise in camere, l’ultima delle quali è chiamata la camera della morte. È lui a spiegare che qui i tonni, impazziti per lo spazio sempre più angusto in cui sono costretti a nuotare – pian piano le reti vengono tirate su e la stanza fatta d’acqua si restringe progressivamente – sono prima feriti e poi tirati su con arpioni. È  lui a lasciarci intendere che senza il suo via libera la mattanza non ha luogo – è il rais a decidere il giorno giusto per tirare su il pescato perché le reti sono piene – e neanche l’eiamola, il canto propiziatorio, viene intonato. 

È ancora lui a ricordare che questa tradizione lega Favignana agli arabi: il suo maestro Ernandes, prima di diventare raìs, ne aveva appreso i segreti in Libia. Ed è sempre lui, a raccontarlo ancora oggi nella vecchia tonnara, a spiegarlo ai turisti, o meglio è il suo ologramma visto che la realtà aumentata ha reso il suo volto e il suo corpo massiccio materiale da museo multimediale. 

Cataldo diventerà raìs nel 1996 quando gli investitori, prima i Florio, poi i Parodi, hanno gettato la spugna. Quest’anno anche i Castiglione, imprenditori del tonno in scatola, dopo alterne vicende, hanno deciso di non andare avanti. Una storia lunga, innescata dalla ripartizione delle quote-tonno tra le cinque tonnare attive in Italia, quattro delle quali in Sardegna. I Castiglione hanno ritenuto insufficiente la quantità che era stata attribuita dal ministero delle Politiche agricole a Favignana, 14 tonnellate su 357 complessive. È finita con un ricorso del governo Musumeci contro il decreto nazionale, con Castiglione che ha rivenduto le sue quote, e con le reti smobilitate prima della mattanza sotto gli occhi costernati dei turisti, reti dove a dire la verità erano entrate non più di tre tonnellate fino ad allora. 

Perché è il mondo intorno alla mattanza che è cambiato, e la dice lunga il fatto che un secolo fa in Sicilia di tonnare ce n’erano quattrocento, tutte scomparse. A farla da padrone oggi sono le micidiali tonnare volanti, barconi che lavorano con la tecnica della circuizione a mare e con impianti satellitari che tracciano con precisione la rotta del pesce. Solo un barcone ha la possibilità di pescarne 450 tonnellate, una quantità maggiore della somma delle quote di tutte le cinque tonnare fisse italiane. 

Il business è immenso, i compratori giapponesi spendono cifre astronomiche: qualche mese fa un solo esemplare è stato aggiudicato per 2,7 milioni di euro. I piccoli pescatori con il palangaro sostanzialmente non lavorano più. La mattanza è scomparsa perché nelle reti di Favignana entra sempre meno pesce, e non c’è meccanismo di quote che possa invertire la rotta. Nelle ultime mattanze, pochi tonni da ottanta chili, vago ricordo di quelli da due-trecento chili che riempivano le reti prima dei loro corpi scintillanti e poi del loro sangue. 

Cataldo vive gli ultimi anni mentre il mondo gli cambia intorno. I pescatori nel 1996 decidono di prendere in carico la gestione della pesca. In quell’anno nasce la cooperativa “Mattanza”, che, come si faceva anticamente, elegge il suo re-raìs. Tra alti e bassi si arriverà fino al 2007, salvo nel 2016 fare una mattanza fine a se stessa, solo per movimentare le barche – ché i tonni vengono ributtati in mare. Gioacchino è uomo di tradizione ma è intelligente, accetta negli ultimi anni di entrare anche lui nella camera della morte – della morte del raìs come capo di un rito vero – e di piegarsi alle foto dei turisti, alle comparsate a Masterchef, alle gite, con la sua barca, per portare gli stranieri e le straniere a cala Stornello, la sua preferita. Nel 2016 viene dichiarato dall’Unesco “Tesoro umano vivente” e viene iscritto nel Registro delle Eredità immateriali. Il 21 luglio del 2018 muore. Al suo funerale la piazza di Favignana è gremita. E il canto di tutti è l’eiamola.