Alla Sicilia servono investimenti pubblici in formazione e innovazione (non in redditi assistenziali e pensioni) e stimoli per investimenti privati su cultura, ambiente, manifattura “leggera”, servizi ad alta tecnologia.

di Antonio Calabrò

Mezzogiorno in movimento, nonostante tutto. A Cagliari Accenture e Microsoft festeggiano quota 500 assunti nel polo hi tech, soluzioni tecnologiche per imprese locali e multinazionali. In Campania si rafforza la collaborazione tra la Regione e il Mit (Massachusetts Institute of Technology) di Boston per attrarre risorse per imprese innovative (la Campania è la prima regione del Sud per spesa complessiva in ricerca e sviluppo e conta oltre 24mila ricercatori, grazie anche ai nuovi insediamenti di Apple e Microsoft). E a Palermo il sindaco Leoluca Orlando dichiara di volere “aprire la città agli investimenti esteri” (Il Sole24Ore, 3 luglio) non solo per turismo e beni culturali (in grande crescita, negli ultimi anni, grazie anche al sostegno di imprenditori mecenati come Massimo Valsecchi a Palazzo Butera) ma anche, più in generale, per superare “l’enorme carenza di cultura d’impresa”. Ambiziose intenzioni.

Ecco il punto chiave. Cultura d’impresa vuol dire mercato (trasparente, efficiente, ben regolato, capace di premiare le iniziative imprenditoriali), conoscenze, competenze, valore del merito (tutto il contrario delle clientele e delle parentele che continuano purtroppo a connotare parte del costume meridionale). E continua attenzione all’innovazione. Vuol dire, cioè, un nuovo corso, radicalmente diverso dal passato, d’impegno per attrarre in Sicilia e fare crescere imprese, italiane e internazionali, che sappiano mettere a frutto le risorse locali: intelligenze progettuali e operative, culture del territorio, una sapienza mediterranea diffusa, una solida tendenza alla scienza e alla tecnologia.

I recenti dati dell’Inps ci mostrano che in tutta Italia sono aumentati i posti di lavoro (record dal 1977, si vanta il governo nazionale) ma non le ore lavorate e neppure la produttività. Il che vuol dire che si sta parlando di occupazioni povere, a tempo ridotto, con salari minimi e scarsa qualità. Lavoro, ma non crescita economica. Al Mezzogiorno e alla Sicilia serve tutt’altro: robusti investimenti pubblici in formazione e innovazione (non in redditi assistenziali e pensioni) e stimoli per investimenti privati su cultura, ambiente, salute, manifattura “leggera”, servizi ad alta tecnologia. Un nuovo “meridionalismo digitale” fondato su sintesi originali tra storia e futuro.