Il corpo del cetaceo fu rinvenuto morto sulle coste di Milazzo, ucciso dalle reti e dalla plastica. Carmelo Isgrò, biologo marino, ne ha ricostruito lo scheletro e, grazie a una campagna internazionale di sostegno, è riuscito a dare vita a un museo dove sarà esposto.

di Francesca Taormina

È la mattina del 22 giugno 2017.  Poco dopo le otto, Carmelo Isgrò, biologo marino, membro del Comitato tecnico-scientifico dell’Università di Messina, riceve una telefonata dalla Capitaneria di Porto. Va sulla costa di Milazzo e sugli scogli lo vede, un capodoglio lucente, di dieci metri, si precipita e lo trova morto, riverso su un fianco. Ma l’occhio destro è aperto, è un occhio che grida aiuto. E subito Isgrò non pensa a come smaltirlo, ma a come recuperare lo scheletro. Scatta una foto che gli frutterà il premio Vizzini.

Un capodoglio vive in media settant’anni, più o meno la stessa longevità dell’uomo, conosce bene i mari, scende fino ai duemila metri, può stare in apnea per circa due ore, viaggia veloce per il Mediterraneo, e nelle profondità marine, al buio, non vede, ma possiede un piccolo organo nel cervello, fatto di olio, e per questo si chiama capodoglio. Un olio prezioso che ai primi del ‘900 lo rendeva vittima di una caccia spietata, per usare quell’olio per la cera, per i motori, per le macchine. Il mammifero non conosce la plastica, non la distingue, la scambia per cibo, la ingoia e lentamente muore.

Ne hanno trovati cinque spiaggiati, in cinque mesi. Non avevano superato i sette anni, tutti poco più che bambini, tra la Sardegna e la Sicilia. Uccisi dalla plastica e dalle reti illegali che i pescatori lanciano al largo delle Eolie. Imbrigliati, presi al laccio, non riescono più a nuotare, muoiono prigionieri delle reti e vengono spinti dalle correnti verso la costa. Diecimila chilometri di spago solo al largo delle Eolie e negli ultimi cinquanta anni il Mediterraneo ha perso il 41 per cento dei mammiferi marini, un strage dovuta alla cupidigia e al desiderio di facili guadagni.

Per uomini abituati a omicidi, stupri, delitti d’ogni genere, la morte di qualche mammifero marino non può fare notizia, tantomeno generare commozione. Ma così non è per Carmelo Isgrò,  che ascolta quell’Sos che viene dal mare. Il capodoglio è stato ucciso dagli uomini, e lui vuole che la storia venga conosciuta e giudicata. Decide di scarnificarlo, lo vuole esporre, ma dove ancora non lo sa. Scarnificare dieci tonnellate di carne e grasso, fare a pezzi il cetaceo, per metà sommerso, è impresa sovraumana e allora Carmelo chiede aiuto agli amici: Paolo e Francesco, detto Siso. L’animale è già in putrefazione e l’aria è irrespirabile, la fatica è tanta, ma in quindici giorni, con l’aiuto degli amici, dotato solo di una muta e una maschera, Carmelo riesce nella sua impresa. Le ossa sono tutte sugli scogli, bisognerà ricomporle, creare lo scheletro che tutto il mondo possa vedere. Nello stomaco Carmelo trova enormi sacchi di plastica, un vaso da giardino, le buste del supermercato, intrise di sangue. Le immagini orribili hanno fatto il giro dei media.

Ma al sedicesimo giorno un lutto orribile attende Carmelo: il suo amico Francesco, senza il quale non ce l’avrebbe fatta, muore in un incidente con la moto. Da quel momento il capodoglio prenderà il nome di Siso. E diventa il simbolo della denuncia, dell’inquinamento del mare, il simbolo delle morti per plastica. Facebook, Instagram, i giornali locali e poi le televisioni nazionali. Siso diventa celebre, Carmelo vuole creare un museo del mare, a Milazzo, dove tutto è accaduto. E per Siso parte una levata di scudi, l’indignazione si moltiplica, finalmente la vergogna prende il sopravvento. Per Carmelo è ovvio che Siso non è solo una vittima della crudeltà degli uomini, è anche l’ultimo ricordo che lo lega a Francesco, e ancor di più nasce il bisogno di dare una seconda vita al cetaceo. Si va avanti con una campagna crowfunding, il Siso project inizia a raccogliere fondi per creare il museo del mare al Castello di Milazzo. Hanno raccolto circa 33 mila euro e il 9 agosto verrà inaugurato nel Bastione di Santa Maria, là dove c’era l’altare di un’antica chiesa. C’è una foto che ritrae Carmelo Isgrò, al buio, solo, davanti allo scheletro del suo protetto, che dice tutto sulla dedizione, sul lavoro immenso per creare la nuova casa di Siso.

Ma Carmelo non è solo adesso: il tam tam ha richiamato intellettuali, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, architetti, campioni di apnea come Alessia Zecchini, tutti si sono messi a disposizione. E tra questi due grandi nomi: Jonas Lundberg e Jason Gill, architetti di fama mondiale. Gill è l’autore dell’illuminazione della piramide al Louvre. Sono intervenuti e hanno donato il progetto espositivo al Museo del mare. Siso sarà sospeso in aria con dei cavi e dei fili trasparenti e con lui saranno esposte le reti e la plastica che lo hanno ucciso.  Per creare il Museo Carmelo Isgrò ha dato tutto se stesso, ha lottato contro  i burocrati e le lentezze del sistema che rema contro, ma ora tutto è pronto. Il Museo di Milazzo è  multimediale, congegnato in quattro sale, in un percorso di crescita culturale, che va dalla morte di Siso alle immagini drammatiche dell’inferno del mare, per arrivare alla bellezza infinita della distesa azzurra delle Eolie, agli animali in libertà, alla ricchezza che la natura ci regala.