Giusi Buscaino al centro di studi del Cnr di Capo Granitola, a Mazara del Vallo, studia e analizza i suoni prodotti nelle profondità marine. Una ricerca sui comportamenti dei pesci, ma anche sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo

di Maria Laura Crescimanno

Nell’accezione comune il mare è una distesa silenziosa, ma non per Giusi Buscaino, ricercatrice mazarese di bio-acustica, che sta dedicando la sua vita a comprendere il significato dei suoni marini. Da quelli emessi dai pesci a quelli che l’uomo immette nel blu profondo, ma anche quelli d’allarme per il cambiamento del clima, lanciati dalla natura stessa.

Giusi, 45 anni, una laurea in Scienze naturali a Palermo e un dottorato a Venezia in Scienze ambientali, lavora oggi al Cnr di Capo Granitola a Mazara del Vallo. Dopo 14 anni di precariato è riuscita a tornare nella sua Sicilia, dove vive a due passi da casa, di fronte al mare freddo e cristallino che l’ha vista bambina. Ma da qui parte, spesso e volentieri, per raggiungere le équipe di studiosi più all’avanguardia nel suo settore, la bio-acustica marina.

Lei è tra i pochi ricercatori siciliani fortunati che hanno avuto la possibilità di rientrare nella loro terra, tra rinunce e difficoltà… bilancio positivo?
“Ero affascinata dai rumori misteriosi del mare, delle onde e del vento sin da bambina, quando a Mazara andavo a fare apnea oppure in barca a vela. Da ragazza leggevo riviste di natura, portavo i turisti a fare avvistamenti di cetacei, emozione che non posso dimenticare: nel mare scuro distinguere le pinne dei tursiopi che si avvicinavano a noi, e poi un tuffo per sentirli da vicino… La mia vita, dal dottorato in poi, è stata sempre dedicata alla ricerca, senza vacanze né distrazioni, ma mi ritengo molto fortunata di poter oggi lavorare a Capo Granitola, un polo di eccellenza per gli studi del mare, l’unico a svolgere attività di acustica in Sicilia, tra i pochi istituti pubblici in Italia oltre ad Ancona, Bologna e Genova, con cui Capo Granitola ha rapporti diretti. Ascoltando il mare, si capisce come vivono gli organismi che lo popolano, il loro stato di salute. Non ci sono soltanto le comunicazioni tra i delfini, i noti fischi-firma con cui si distinguono nel gruppo e trasmettono emozioni, un campo di studi più sviluppato negli Stati Uniti. Nell’acustica marina c’è anche il cambiamento climatico in atto e il disturbo che le attività umane arrecano agli organismi viventi”.

Lei è stata dieci volte con la missione Cnr Italia al Polo Nord, unica italiana, l’ultima volta in ottobre scorso, e poi in Argentina, dove conta presto di tornare… Come ci si sente, un po’ spaesati?
“Il Polo Nord è stato forse il capitolo più intenso della mia vita professionale. La nostra missione, in équipe con altri colleghi, è quella di monitorare i movimenti del ghiacciaio Kronebreen, in un fiordo delle isole Svalbard. Un progetto finanziato dal governo norvegese dal nome Calvinseis, iniziato nel 2013, dove sono l’unica ricercatrice italiana. Le missioni, sino a venticinque giorni consecutivi, si sono effettuate per due volte all’anno, a settembre e a maggio. All’inizio ero un po’ scettica, ma la bellezza dell’ambiente nordico mi ha subito colpita, per la grande varietà di vita presente inaspettata. Il nostro compito è, attraverso il suono emesso dal ghiaccio, studiarne la perdita di dimensione. A oggi sono riuscita a posizionare tre registratori sott’acqua a una profondità di ottanta metri: si tratta di tubi che contengono potenti registratori con sensori esterni. In una missione successiva, effettuato il recupero, si è cominciato a procedere allo studio e all’analisi dei dati registrati. Agosto 2016 è stata la missione più lunga, venticinque giorni vissuti in equipe tra dieci italiani, nella base del Cnr, con temperature esterne di meno cinque gradi di giorno. Lavorare in mare non è affatto semplice a temperature che in maggio arrivano a anche a meno venti. È obbligatorio nelle uscite in barca indossare una muta stagna salvavita, con il rischio reale di sentire comunque i piedi iniziare a congelarsi… Ma la vera difficoltà è di tipo metodologico, capire adesso quale metodo adottare per l’analisi, e quali tecnologie ci aiutano maggiormente. Dal punto di vista umano, lavorare in un ambiente così estremo, dove ci si lascia tutto alle spalle, è stato molto impegnativo, ma emozionante. I primi risultati scientifici sono stati già pubblicati su una rivista americana, il Journal of Acustic Society,  e riguardano la vocalizzazione della foca barbata, descrivono la tipologia e la frequenza dei suoni emessi nel periodo riproduttivo tra giorno e notte”.

A che punto è la ricerca di biologia marina in Sicilia e in Italia?
“Oggi la ricerca, più in Italia che all’estero, si misura con troppa burocrazia. Ecco che ai lavori scientifici finisco per dedicare i weekend, il resto della settimana mi trovo in ufficio a mettere insieme progetti e preparare documenti per avviare le procedure. All’estero è tutto piuttosto diverso, ecco perché consiglio ai giovani di fare esperienze fuori, sin dai primi anni di università. Va detto comunque che il Cnr è un grosso centro di ricerca con molte branche di indagine, che sta proprio adesso assumendo numerosi precari. A Capo Granitola, dove ho comunque avuto sempre molta libertà di sviluppare i miei progetti con altri enti all’estero, gli organici permanenti presto arriveranno alle sessanta unità. Per un naturalista o un biologo marino gli ambienti ancora rimasti allo stato di perfetta conservazione, cioè poco contaminati dalle attività umane, sono i più stimolanti. Ecco perché sto portando avanti un progetto di cooperazione con il governo argentino e con l’università di Mar del Plata, dove vado con altri ricercatori siciliani a insegnare la bio-acustica applicata al mare, un mestiere nuovo da quelle parti, lì dove la vita marina è ancora vergine, ed è più urgente avere sistemi scientifici di conoscenza che possano meglio supportare le politiche di protezione ambientale”.