Ci sono chilometri di spiaggia incontaminata tra Siculiana e Montallegro, vicino ad Agrigento. Uno straordinario complesso di dune e i “turbi”, falesie di bianchissima marna calcarea affacciate sulla battigia. Un mondo a parte…

di Antonio Schembri

Per seguire la linea della spiaggia prima che questa scompaia dallo sguardo sotto le falesie più vicine alla riva, bisogna torcere il capo, sia a destra che a sinistra. Quella striscia di sabbia giallo ocra, separata dal retrostante paesaggio agricolo da una delle dune più rilevanti dell’area mediterranea, corre infatti per sei chilometri e mezzo e magnetizza lo sguardo, anzitutto perché appare deserta quasi per intero, anche durante i giorni più caotici dell’estate. 

Ma a suggerire un’escursione in questa riserva gestita dal 2000 dal Wwf e situata trenta chilometri a ovest di Agrigento, tra Siculiana e Montallegro, non sono soltanto il suo arenile selvaggio e la sinfonia del mare, ma l’insieme del suo territorio: 760 ettari protetti in cui si avvicendano un’ampia zona umida in corrispondenza della foce del fiume Salso, da cui l’area trae il nome; antichi appezzamenti agricoli coltivati con metodi a basso impatto; e soprattutto il suo sistema di rocce che riporta indietro a un ambiente preistorico, quasi extraterrestre. Sono i “trubi”, le falesie di bianchissima marna calcarea che appaiono quasi come montagne innevate, strapiombanti a pochi metri dalla battigia, sulla cui superficie, in non pochi casi, vento e salsedine sembrano avere lavorato di cesello. 

Stanno lì da sei milioni di anni, combinandosi ad altre pareti non meno antiche ma dalla morfologia diversa, più rugosa, grigio-azzurre di argilla e di cristalli gessosi, anch’esse frananti in un mare chiazzato da distese di posidonia e da scogliere a pelo d’acqua, ricche di vita e perciò fonti di cibo per i tanti uccelli marini che nidificano sulle rocce. Con l’insieme dei suoi ipnotizzanti contrasti cromatici, Torre Salsa è un avamposto di biodiversità, in diversi suoi tratti fermo ad almeno un secolo fa, come sottolineano geologi e naturalisti. Un habitat di numerose specie botaniche endemiche. Dalla palma nana ai i cespugli di ginepro, dall’olivastro al lentisco e ancora poi arbusti di rosmarino e di timo, una colonia di orchidee selvatiche nonché una flora dunale in espansione, con piante di tamerici, ammofila e i gigli di mare.

Ma questa oasi naturalistica, una delle quattro del Wwf in Sicilia, è altresì un luogo ideale per il birdwatching: “Facile notarvi alcune belle specie di aironi, garzette, nitticore il cui numero è, in base ai nostri monitoraggi più recenti, in promettente aumento”, illustra Alessandro Salemi, direttore della Riserva. Costante inoltre, sopra i due promontori che dominano la tormentata orografia dell’area, il volteggiare di diverse specie di grandi rapaci, come i falchi, dai pellegrini ai lanari e, se si è fortunati, una famiglia di aquile del Bonelli, raro volatile a rischio di estinzione a causa del bracconaggio, che – precisa Salemi – “da anni predilige venire a cacciare sopra questi promontori, mantenendo però i nidi in zone siciliane distanti da questa”. Animale simbolo della riserva resta comunque lei, la tartaruga marina Caretta caretta. Anche se minore negli ultimi anni è stata la quantità dei suoi nidi rinvenuti sotto la calda sabbia di Torre Salsa, a vantaggio invece delle limitrofe spiagge di Bovo, Siculiana Marina e Giallonardo.

La riserva conta quattro ingressi. Il principale e più comodo è quello del Pantano, con un ampio parcheggio prospiciente i canneti dell’area umida, a circa trecento metri dalla riva. A questo si aggiungono quelli delle zone Omo Morto, molto panoramica, dove si trova il centro visite; di Cannicella, dove sono però necessari interventi urgenti di agibilità; e quello dell’Eremita, anche questo interessato da smottamenti e piccole frane.  Dalla zona del Pantano, formato dal torrente Salso che sfocia in mare, risalendo il lato occidentale della spiaggia, quello fiancheggiato dai “trubi” più belli, si può osservare ciò che resta dell’antica torre, edificata alla fine del 1500. A progettarla fu Camillo Camilliani, architetto militare del viceré di Sicilia Marco Antonio Colonna. Oggi è rimasto soltanto il rudere di quella che fu una delle quattro torri che in questo segmento costiero costituì un efficace sistema di difesa dagli attacchi saraceni. Attraverso i segnali di fuoco e di fumo poteva infatti comunicare facilmente a est con la Torre Felice, nell’odierna Siculiana Marina e con quella di Monterosso, altra splendida zona nel territorio di Realmonte e a ovest con quella di Capo Bianco, il promontorio su cui prosperò la polis greca di Eraclea Minoa.  La maniera più rapida per raggiungere la riserva da Palermo è attraverso la statale 624 per Sciacca, che si connette alla Trapani-Agrigento. Giunti allo svincolo per Montallegro, occorre seguire l’indicazione per Bovo e Torre Salsa lungo la strada provinciale che, sempre seguendo la segnaletica, conduce ai quattro ingressi dell’oasi. Il tragitto complessivo dal capoluogo siciliano è di 134 chilometri, per neanche due ore di guida, mentre per raggiungere la riserva da Agrigento occorre mezz’ora scarsa. Tempi di percorrenza tutto sommato comodi, quindi, che valgono una giornata in una delle spiagge censite come tra le più belle del Mediterraneo. Dove, se si intende stendere il telo a distanza dai primi seicento metri di spiaggia – ovvero lo spazio gremito di ombrelloni, ma solo durante le giornate a cavallo di Ferragosto – conviene portare una sufficiente scorta d’acqua e cibo. Poi, nient’altro. Solo la disponibilità a connettere i cinque sensi alle suggestioni di questa natura da sogno. Invitante anche in autunno, quando i tramonti raggiungono il top della bellezza, con Pantelleria che appare sullo sfondo e il mare, specie se in bassa marea, diventa colore del vino.