Che da luglio ad agosto mezza Europa non pensi ad altro che ai bagni di mare è cosa assai recente. Le nostre nonne invece…

di Salvatore Savoia

Che da luglio ad agosto mezza Europa non pensi ad altro che ai bagni di mare è cosa assai recente. Le nostre nonne invece – a meno che fossero Coco Chanel o qualche stravagante esibizionista in cerca di emozioni – se andavano al mare, era solo per far respirare aria fresca ai figli o al più immergere con cautela i piedi in una pozza naturale fra le rocce, al sicuro da sguardi indiscreti. E anche a Palermo non era diverso. Il mito dell’abbronzatura e gli eterni dibattiti sui suoi malefici o benefici non risalgono che all’ultimo dopoguerra: persino della mitica Franca Florio si raccontava che dovesse la pelle porcellanata a orrendi pasticci di smalto liquido che si imponeva. Ed è facile spiegarlo: abbronzato era solo chi lavorava al sole, chi coltivava le terre; tutte cose che la buona società ignorava o deprecava. Da aggiungere che il mare era ritenuto da tutti cosa seria e pericolosa, altro che un luogo dove giocare o divertirsi. 

Ma tutto ciò di colpo nel primo Novecento sembrò dissolversi: i villaggi di pescatori sulle coste si trasformarono in località di villeggiatura, soppiantando le frescure della campagna e le passeggiate in montagna. Moda per moda, c’è da dire che da noi non ebbero fortuna le “bathing machine”, quelle strane roulotte in legno dotate di ruote, diffuse in Inghilterra, coperte da tendaggi, che venivano trascinate a mare, così da evitare ai curiosi di sbirciare le fanciulle che si immergevano da una scaletta interna. 

A Palermo la smania dei bagni di mare interessò sulle prime alcune zone oggi del tutto urbanizzate, al Sammuzzo o intorno all’attuale via Crispi. Presto si capì che era meglio allontanarsi dalle abitazioni, viste le sicure proteste e le accuse di indecenza di cui i fruitori sarebbero stati accusati. Al Foro Italico, davanti Porta Felice, nacque nel primo Novecento lo Stabilimento delle Sirene, che aveva una terrazza in legno coperta e due ali per le cabine. I suoi ospiti, in realtà, passavano la maggior parte del tempo sorbendo tè e gelati, o al più un cordiale tonificante, godendosi il fresco e il cielo.

Poi un saltino in acqua, ben aggrappati alla scaletta, e via a ridere con gli amici. Per un periodo quello stabilimento, un delizioso chalet “alla Brighton”, propose loro  persino una biblioteca. Ma l’eccessiva vicinanza alla città fece privilegiare, ancor prima che nascesse Mondello, altre località, poste tra Romagnolo, la Bandita ed Acqua dei Corsari, che resistettero fino al secondo dopoguerra. Grazie al tono popolare e alla vicinanza della ferrovia a scartamento ridotto per Corleone, quei lidi allietarono le estati di tante famiglie palermitane.

Finchè nacque Mondello. Che a Palermo equivalse alla stessa idea di bagni di mare. Il primo stabilimento fu inaugurato nel 1892, in coincidenza con l’Esposizione Nazionale, solo pochi anni dopo la bonifica dell’antica palude, e grazie all’intuito del Principe di Scalea. Il primo vero lido si deve però a Pietro Pustorino, un nome che sarebbe rimasto mitico a Palermo nel campo della moda maschile grazie al figlio Natale. Fino alla nascita della Società Italo Belga nel 1910 e al nuovo edificio “pieds dans l’eau”, Pustorino e il suo socio Terrasi “furono Mondello”.

L’elegante stabilimento Art Nouveau fu inaugurato nel 1913, forse l’ultimo anno della Belle Epoque europea e diventò rapidamente uno dei luoghi di culto di Palermo, celebre stazione climatica non solo estiva. Lo stabilimento era stato pensato come il cuore di un progetto di città giardino composta da decine di villini liberty diversi da quelli di città, più somiglianti a quelli della costa proustiana di Normandia, con l’aggiunta di un tocco di macchia mediterranea. Nel 1911 fu realizzata una linea tranviaria da Palermo e nacque per sempre una spiaggia e forse il modo stesso di vivere l’estate, mentre perdevano lentamente ogni charme gli antichi capanni in legno sparsi altrove, dall’Arenella a Romagnolo.

Un intervento così radicale sul costume e sulle abitudini influenzò anche le classi sociali che mai avrebbero potuto conquistare un vero villino a Mondello: fu così che – come anatroccoli intorno allo stabilimento madre – nacquero lecapanne, nome improprio e un po’esotico rimasto nel tempo, così come immutati restarono i cortili, con la loro rigida distinzione socio-economica, normali o di lusso, con verandina o no. Dal dopoguerra a oggi le capanne a Mondello, condivise tra varie famiglie, hanno visto nascere amori e curtigghi, iniziazioni sessuali e faide fra parenti, in un contesto tutto sommato gioioso, fatto di paste al forno e ciambelle, pollanche e sfincionelli, fette di cocco e battaglie al tamburello.