Partito con gli emigranti verso l’Australia il Vasolu Favaru è tornato sull’isola e viene conservato nella Banca vivente del germoplasma vegetale a Ucrìa. Un simbolo di un paziente e prezioso lavoro per la conservazione della nostra biodiversità

testi Alessandra Turrisi
foto Salvo Gravano

Migrò in Australia negli anni Sessanta, dentro a un barattolo di vetro e in una valigia di cartone ‘u Vasolu Favaru, color melanzana e un po’ schiacciato come le fave. Affrontò la traversata transoceanica assieme alle famiglie di agricoltori dei Nebrodi che nella terra dei Canguri provavano a trovare quella fortuna che sugli aspri monti siciliani era negata. Si adattò a quel Paese all’incontrario, dove fa freddo quando in Sicilia si soffoca, ha prodotto nuove piante e nuovi semi, che qualche tempo fa sono tornati in patria, da dove erano partiti, simbolo di quel sogno realizzato, di quell’attaccamento alla terra, di quella capacità tutta sicula di adattarsi alla vita all’altro capo del mondo, ma sentire struggente il richiamo di casa.

Sembra un romanzo, eppure è semplicemente la storia di un fagiolo, anzi una delle 63 varietà custodite nella Banca vivente del germoplasma vegetale del Parco dei Nebrodi, a Ucrìa. Un ente che, assieme al dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo, fa parte del gruppo per la tutela e la conservazione delle biodiversità istituito dalla Fao. Su queste cultivar è stata effettuata la caratterizzazione morfologica e si sta procedendo a realizzare anche quella genetica, per stabilire se tra le varie tipologie ci sia una somiglianza. E si sta analizzando il particolare comportamento di un’altra varietà, che non mostra un ciclo annuale, ma un andamento poliennale da verificare.

Questo particolarissimo caveau posto in mezzo al bosco, a settecento metri di altitudine, con vista sulle Eolie, custodisce esclusivamente varietà di Phaseoulus vulgaris censite su questo territorio, estendendosi verso le Madonie e la provincia di Agrigento. L’obiettivo è nobile. “Il fagiolo, dopo la soia, è la prima leguminosa fonte di proteine coltivata nel mondo – spiega il direttore della Banca del germoplasma, Ignazio Di Gangi -. Conoscere le varietà e i geni è strategico perché ogni ecotipo può avere iscritto nel genoma caratteristiche di resistenza utili in base alle zone del mondo in cui viene coltivata la pianta. Pensiamo alle grandi variazioni climatiche, oppure alla necessità di coltivare nelle zone salmastre. E poi ciascuna tipologia possiede un gusto differente, proprio per questo ci vengono richieste”.

Di strada questo semino dalla forma inconfondibile ne ha fatta. Il fagiolo arriva dalle Americhe; la prima segnalazione si ha intorno al 1520 nella zona del Bergamasco. Poi il celebre quadro di Annibale Carracci “Il Mangiafagioli” attesta che intorno al 1584 si tratta di un cibo molto diffuso tra la popolazione. E trova la culla proprio in Sicilia, perché si adatta facilmente al clima mediterraneo. Sui Nebrodi, in passato, l’attività principale si svolgeva in primavera e in estate: i semi venivano conservati gelosamente per alcuni mesi dai contadini, che si divertivano a scambiarsi le varietà per sperimentare coltivazioni nuove, seminando a luglio e cominciando a raccogliere i baccelli a settembre. E quei barattoli messi in bella mostra in quest’originale laboratorio di montagna, ciascuno con la propria etichetta che li identifica, rappresentano il metodo più antico di conservazione, tramandato da generazioni di agricoltori.

Come il signor Fasolo (nomen omen), originario di Sinagra nel Messinese, che però vive e coltiva ortaggi a Vittoria nel Ragusano. Appreso che l’ente Parco dei Nebrodi cercava di risalire a tutte le tipologie di fagiolo esistenti sul territorio ma oggi in via di estinzione, un giorno ha telefonato alla Banca del germoplasma, annunciando di possedere quattro varietà provenienti proprio da quel territorio e di essere disposto a consegnare quei semini. Un dono prezioso, quasi fossero figli. Così, col passaparola, sono arrivati il Fasolu Mignacca e iButtuna di Gallo, il Fasolu Calabrisi biancu e a Fasola del prete, ovviamente bianco e nero.

La Banca del germoplasma, nata con un progetto del Parco dei Nebrodi finanziato con 400 mila euro con i fondi strutturali della Comunità europea, ha sede in un bel caseggiato con sala conferenze e laboratorio, ma può vantare anche un giardino botanico dedicato a padre Bernardino da Ucria, vissuto nel Settecento e celebre per le sue ricerche e per avere curato l’allestimento storico delle collezioni dell’Orto Botanico di Palermo. In circa seimila metri quadrati di terreno, i campi di collezione custodiscono circa quattrocento entità genetiche vegetali: dalle 40 varietà di fico, alle 30 di pero, alle 20 di melo, alle 10 di nocciolo; e poi 15 di mandorlo, 5 di ciliegio, 30 di salvia provenienti da varie parti del mondo, piante officinali locali e altre selvatiche, pure la stevia, molto utilizzata come dolcificante naturale. Gli orti familiari, un tempo essenziali per la microeconomia locale, sono quasi scomparsi e, con essi, rischiano di scomparire anche le cultivar tradizionali di orticole, leguminose e frutticole. “Se ci dovesse essere una virosi o una batteriosi, si rischia di perdere per sempre una varietà. Per salvare le piante bisogna coltivarle – sottolinea Di Gangi -. L’obiettivo è fare uscire da qui le marze per gli innesti e diffondere le coltivazioni. Per questo stiamo stringendo accordi con le scuole agrarie e lanciamo un appello agli agricoltori”.

Il territorio è presente. L’attuale sindaco di Ucrìa, Vincenzo Grisà, 34 anni, è particolarmente legato a questo luogo, perché nipote del direttore dei lavori che lo ha costruito e oggi è scomparso. “Per la nostra piccola comunità può essere uno strumento di rinascita, perché punta alla valorizzazione delle origini, di quelle specie rare che esistono solo nel nostro territorio”. Il commissario dell’ente Parco dei Nebrodi, Gianluca Ferlito, punta al rilancio: “Una delle missioni più importanti del parco è la conservazione della biodiversità. Stiamo collaborando con i presidi degli istituti agrari, per formare giovani; abbiamo la disponibilità dell’Università di Palermo per realizzare laboratori sul campo. Dobbiamo lavorare sulla microprogettazione”. Tutto merito di un fagiolo emigrato. E tornato a casa.