La carta qui sopra (in fondo all’articolo quella completa) illustra i luoghi del mare intorno alla Sicilia dove sono stati individuati antichi reperti. Un patrimonio immenso, oggi sotto tutela grazie al lavoro di Sebastiano Tusa, in parte anche visitabile. Ecco dove fare un bel tuffo nel passato

testi Guido Fiorito
foto Salvo Emma

Sono ventitré. Alcuni facili, a portata di principianti, altri a decine di metri di profondità, riservati a sub esperti. Ma sono una delle eredità più tangibili dell’impegno di Sebastiano Tusa. Il sogno realizzato di un allora giovane dirigente della Regione – archeologo e figlio di un grande archeologo – appassionato di immersioni e di fondali, e per nulla intenzionato a vivere di rendita nei meandri della burocrazia. Gli itinerari subacquei sono infatti i figli di una visione allora del tutto rivoluzionaria, quella di tutelare il mare così come la terra: e di non fermarsi alla ricerca, all’individuazione, alla segnalazione, alla conservazione, allo studio, ma di chiudere il cerchio con la fruizione e la divulgazione. Renderli ancora vivi quei relitti, quelle marre, quelle colonne, quelle ancore, ma lasciandoli sott’acqua.

 “Sono stato criticato – diceva Tusa – anche dai colleghi stranieri, ma la conoscenza del mare non può prescindere dalla conoscenza e sensibilizzazione non solo degli addetti ai lavori ma anche del vasto pubblico. Oggi gli itinerari raggiungono uno stato dell’arte piuttosto avanzato, una sfida vinta”.

Il primo è stato inaugurato a Ustica all’inizio degli anni Novanta, all’interno della Rassegna delle attività subacquee. A Punta Gavazzi erano state ritrovate nel 1989 delle ancore di varie epoche. Da lì poi tanti altri, di diversa difficoltà. Per il relitto di Marzamemi basta per l’immersione il brevetto sub di primo livello (Open water) ma si può vedere dall’alto il fondale anche in snorkeling con maschera e pinne. Altri itinerari facili sono quelli di punta Gavazzi a Ustica oppure quello ai resti sommersi del porto della Kalura a Cefalù dove è possibile l’ormeggio a un gavitello e si può seguire la cima con reperti tra sei e otto metri.

Ancora quello di Acitrezza a 250 metri dalla costa, in un tratto di mare senza correnti, con otto ancore di varie epoche e un percorso tattile dedicato ai sub non vedenti che possono toccare delle ceramiche e leggere. Un altro itinerario a bassa profondità è quello dell’Isola delle Correnti a Capo Passero con quaranta blocchi di marmo di varie dimensioni su un fondale di sei metri. Alcuni riguardano relitti di navi affondate e sono tra i più amati dai turisti subacquei per due motivi: il fascino di vedere da vicino un’imbarcazione antica e la bellezza della natura che si riappropria pian piano dell’oggetto estraneo, ovvero concrezioni di gorgonie, pesci che l’usano come tana. L’itinerario a maggiore profondità è a Noto con un carico di anfore vinarie a 45 metri, riservato a sub molto esperti. È allo studio l’apertura di un altro itinerario a Capo Mulini per un relitto tra i 58 e gli ottanta metri.

Il metodo prevede di emettere l’interdizione sul sito e di affidarlo ad associazioni di diving convenzionate in grado di accompagnare i visitatori e di garantire la salvaguardia. “Quando viene istituito l’itinerario – racconta Salvo Emma, uno dei più stretti collaboratori di Tusa – non ti puoi immergere a meno di non avere l’autorizzazione. La responsabilità se la prende il diving che porta i sub. In questo modo non abbiamo mai avuto un solo furto”.

Era questo il “metodo Tusa”, il segreto della sua personalità: unire una profonda conoscenza della materia, corredata di intuizioni geniali, alla capacità di coinvolgere il più grande numero di persone e associazioni esterne alle istituzioni, compresi sub e pescatori, con cui teneva rapporti amichevoli, che gli segnalavano ritrovamenti in mare. Lui stesso continuava a indossare le bombole e andava a vedere di persona. “Ancora sabato 2 marzo – ricorda Maurizio Brandaleone, un sub poi entrato nel suo staff – mi aveva chiamato per contattare un pescatore che diceva di aver visto dei reperti nel mare di Ustica”. L’archeologia del mare aperta e raccontata a tutti. Salvo Emma è uno dei “figli” di Tusa, uno dei tanti nati da una visione che era cultura ma era anche economia, quella che ha creato tanti giovani professionisti esterni all’amministrazione che oggi lavorano per tutelare i fondali nel caso in cui ci siano da realizzare porti, lavori di sbancamento, barriere frangiflutti. “Semplicemente, se non ci fosse stato Sebastiano, oggi la mia professione non esisterebbe”, racconta Teresa Saitta, archeologa subacquea catanese.

E oggi quegli itinerari creati dalla Soprintendenza del mare della Regione siciliana – la prima a nascere in Europa, dopo quella della Grecia – possono diventare esempio da seguire in tutto il mondo. L’Unesco, infatti, intende adottare come best practise, ovvero come miglior metodo, quello con il quale sono stati realizzati. L’archeologo-assessore aveva fornito a Ulrike Guerin dell’Unesco il vademecum siciliano, con una serie di procedure standard in cui tutto è previsto, dalle informazioni ai materiali. Alla Soprintendenza del mare lo chiamano l’abaco, un librone dove si spiega quale cima, quale cartellino, quale catena, quale galleggiante usare.

Una storia appassionante come un film, quella della nascita della Soprintendenza del mare. Racconta Emma: “Sebastiano nel 1999 è un dirigente, archeologo stimato e subacqueo. Si ritaglia uno spazio al Centro di restauro della Regione e comincia a costruire il suo progetto a partire dalle sue conoscenze, dalle tante segnalazioni che riceveva da pescatori e appassionati. Piano piano, mette insieme un gruppo con un interpello informale, arrivano i primi tre o quattro, funzionari di altri assessorati”. Presto il gruppo diventa un’unità operativa all’interno del Centro di restauro e assume il nome di Gias, sigla che sta per Gruppo di intervento archeologia subacquea. Siamo agli albori, ma il carisma e le relazioni di Tusa cominciano a trascinare il progetto. Nelle stanze a volte paludate della burocrazia regionale, quel gruppo di dirigenti e funzionari che alla giacca e cravatta preferiscono la muta – e i risvegli all’alba, e le immersioni, e la gioia di una scoperta – comincia a fare notizia.

Nel 2001 il Gias diventa Scras, Servizio di coordinamento Ricerca archeologia sottomarina. “Ci danno una stanza malconcia al Roosvelt, sul lungomare dell’Addaura – racconta Emma – compriamo cinque computer e una macchina fotografica subacquea”. E i ritrovamenti – che hanno portato anche alla costruzione dei ventitré itinerari –  si susseguono uno dopo l’altro, mentre dal dipartimento dei Beni culturali arrivano i fondi per comprare le prime attrezzature professionali, nuove macchine fotografiche e telecamere, strumenti per montare i video. “Sebastiano ha l’intuizione di fare una ricognizione sistematica dei beni sommersi alle Egadi – racconta ancora Salvo Emma – un progetto che si chiama Ceom e per cui riesce a intercettare un finanziamento europeo”.

Nel 2004 c’è la svolta. L’allora assessore ai Beni culturali Fabio Granata convince il presidente della Regione, Totò Cuffaro, a istituire la Soprintendenza del mare. È l’articolo 23 della Finanziaria. Prima in Italia, prima in Europa a eccezione di quella greca che però si occupa soltanto di archeologia subacquea. Qui la scommessa è un’altra: tutelare il mare così come la terra, “e ricordo benissimo non poche resistenze delle Soprintendenze di terra”, chiosa Emma. La sede passa presto a Palazzetto Mirto, nel cuore del centro storico di Palermo, e parte il reclutamento di personale e l’allestimento, “con le scrivanie dismesse dall’assessorato, i primi esperimenti di Facebook che facevo io, il sito Internet, la segreteria. Diventiamo venticinque”. Un’istituzione che oggi è uno dei principali lasciti di Tusa.

Il suo metodo si estendeva fino alla cooperazione tra gli Stati. Sognava, per esempio, di portare alla luce le navi affondate davanti e nel porto di Palermo durante la battaglia navale del 2 giugno 1676, tra la flotta francese e quella ispano-olandese. “Bisogna cercare in mare davanti al Foro Italico – diceva – ma non solo: i resti della Reale di Spagna, che saltò in aria, dovrebbe essere sotto il molo trapezoidale. Oggi molte delle navi naufragate sono in zone di terra. Ci sono 550 ettari da esplorare, sovrastati in parte dai detriti della città. Quando in acque nazionali si trovano reperti di un Paese straniero è consigliata la cooperazione internazionale. Sarebbe bello cercare a Palermo insieme ai colleghi, olandesi, francesi e spagnoli e ricostruire poi la battaglia in una sala multimediale”. Quel dialogo internazionale che il 10 marzo doveva portarlo in Kenya.