Il modo migliore di comprendere e, quindi, avere cura degli alberi, in questo continuo sforzo di renderli simili a noi umanizzandoli e non rispettando la loro alterità, è la poesia, o in genere le arti

di Giuseppe Barbera

Il modo migliore di comprendere e, quindi, avere cura degli alberi, in questo continuo sforzo di renderli simili a noi umanizzandoli e non rispettando la loro alterità, è la poesia, o in genere le arti. Di fronte all’eccezionalità di età, forme, memorie che rendono monumentali alcuni esemplari, non bastano le scienze biologiche; servono quelle umanistiche. Così è per lo straordinario Ficus macrophylla di Piazza Marina a Palermo. Impiantato nel 1864, annovera il record della chioma arborea più grande d’Europa ed è celebrato come albero dell’unità d’Italia (avvenuta però nel 1861). È una delle meraviglie botaniche della città e come tale è stato ricordato, nel settembre dell’anno scorso con un articolo su El Mundo, da Fernando Aramburu, lo scrittore spagnolo di Patria, che lo ha messo al pari – in quanto “zio carnale” – di un ficus simbolo della città andalusa di Cadice, dove cresce con il nome di arbol de Mora.

Ma il suo ricordo è andato anche a un esemplare, davvero gigantesco, di Buenos Aires che vive nella piazza San Martin alla Recoleta. Nella città argentina, il “gomero”, così è chiamato, è stato piantato nel 1781 (alcuni però ritengono nel 1823). Non appartiene alla sottospecie columnaris, non ha quindi radici aeree che lo reggono, e si serve di supporti artificiali, anche in forma di sculture come una (di dubbio gusto) che rappresenta un Atlante che regge sulle spalle non il mondo ma una pesantissima branca. Aramburu ricorda che del Ficus macrophylla subsp. columnaris (chiamato anche F. magnolioides) palermitano scrive Leonardo Sciascia. Lo fa nel 1988 in un’introduzione a una acquaforte di Bruno Caruso. A Sciascia, quindi, la parola: altre non servono per celebrare l’albero.

“Ho visto sempre il ficus come una specie di mostro arboreo; e specialmente a Palermo quello di piazza Marina, di cui forse anche prima, ma sicuramente nel racconto Porte aperte mi è avvenuto di scrivere. Un pauroso emblema della violenza e dell’imprevedibilità della natura; forse anche perché a Palermo, in piazza Marina, sta a fronte di quel palazzo in cui tragiche memorie si assommano dell’umana violenza; la violenza dell’anarchia baronale, la violenza del Sant’Uffizio dell’Inquisizione, la violenza dell’amministrazione della giustizia del regno d’Italia.

Ora quel palazzo, oggetto in quest’ultimi anni della violenza di architetti e restauratori, è sede finalmente di una istituzione non violenta: il rettorato dell’Università, in cui sta per svolgersi una conferenza sul ruolo delle Università nell’educazione e formazione ecologica; e il ficus che gli sta a fronte Bruno Caruso l’ha disegnato, incidendolo all’acquaforte (la violenza dell’acido che ‘morde’ la lastra metallica), come simbolo della conferenza che sul tema della salvazione della natura si svolgerà tra i rettori delle Università sovietiche e italiane. E forse vuole essere un ammonimento; che alla mostruosità degli attentati la natura ha sempre la forza di mostruosamente rispondere”.

Il ficus di Piazza Marina da due anni è chiuso da una rete di plastica per proteggere da crolli di rami i passanti. Adesso, finalmente (incrociamo le dita), un progetto redatto con Tiziana Calvo, Carlo Di Leo, Manlio Speciale, Giuseppe Coppolino e donato al Comune, è in corso di realizzazione: una passerella ben disegnata che provvisoriamente impedisca il passaggio sul marciapiede e consenta alle radici aeree di infiggersi a terra per dare all’albero sostegno, e alla città decoro e sicurezza.