1959. Sessant’anni fa. Anche i palermitani – o quanto meno alcuni di essi – si godono quel boom economico di cui si parla tanto. Il ricordo della guerra si è allontanato e il futuro sembra sorridere…

di Salvatore Savoia

1959. Sessant’anni fa. Anche i palermitani – o quanto meno alcuni di essi – si godono quel boom economico di cui si parla tanto. Il ricordo della guerra si è allontanato e il futuro sembra sorridere. Qualcuno favoleggia di case con doppi servizi, acqua corrente ed energia elettrica continue, qualcuno vorrebbe la rimozione delle rovine dei bombardamenti. Il centro storico si fa opprimente e tetro per chi lo vive. C’è chi sente parlare di nuovi quartieri verdi, magari più lontani. Forse spariranno dalle scuole gli avvisi minacciosi sul rischio di imbattersi ancora nelle mine. E forse non si salirà più su autobus tanto gremiti da viaggiare con le porte aperte. I frigoriferi della Fiat e le lavatrici della Castor e pure quegli enormi frullatori che gli anziani guardavano con raccapriccio per la preoccupazione delle rate da pagare, troveranno spazio nelle cucine economiche immutate da un secolo.

E fu l’epoca delle bustine di acqua frizzante Idriz, ma soprattutto quella delle automobili. Da un po’ infatti migliaia di Seicento, con i loro coloratissimi gusci di tartaruga, avevano preso il posto delle Lambrette che sapevano troppo di dopoguerra, mentre in pochi osavano sognare le Appia o le Giulietta. Quanto alle vetture da sogno, al più ci si poteva imbattere in due tre altere Aurelia, che facevano tanto Rotary Club, in alcune snobissime e un po’ tasce Opel Kapitan e in sporadiche cabriolet fuoriserie, ma solo se si bazzicava la domenica dopo la Messa fra il Bar del Viale e la rotonda di Valdesi. In tutto, nel 1959, soltanto 60.963 automobili a Palermo.

Insieme alle Seicento, fu la televisione (dapprima su un solo canale, Mike Bongiorno al giovedì e il Musichiere il sabato) a rappresentare il boom per buona parte degli italiani. Pagato a rate, ma sempre boom. Quell’anno al cinema, all’Astoria o al Nazionale, trionfavano Ben Hur ma anche la Grande Guerra di Monicelli, con Sordi, Gassman e la Mangano. Restava comunque Totò a farla da padrone, anche nell’adorato varietà. Sullo schermo era guerra tra commedie di casa, come I MagliariI tartassati Brevi amori a Palma di Majorca e gioielli come A qualcuno piace caldo I 400 colpi.

A casa, sui giradischi Lesa dai nomi preziosi di Topazio, Giada o Smeraldo, si ascoltava Modugno, ancora vincitore a Sanremo con Ciao ciao bambina (nessuno mai la chiamò mai Piove) e Marino Barreto jr con Arrivederci. Da lontano giungevano pure i Platters con Smoke gets in your eyes. Tutto ciò da gustare, ovviamente, nelle feste in casa: solo pochi eccentrici o trasgressivi osavano frequentare il nuovissimo “Mirage” di via Emerico Amari.

In quel 1959 che già odorava di anni Sessanta, Palermo era amministrata da Lima e Ciancimino, e a Palazzo d’Orléans Silvio Milazzo credeva di aver cambiato le carte in tavola della scena politica. Proprio quell’anno la città attraversava uno dei suoi momenti più oscuri, con la demolizione di Villa Deliella che il Comune autorizzò a ridosso dell’applicazione di un vincolo che l’avrebbe salvaguardata. Iniziava il drammatico “sacco” della città.

Dal punto di vista del costume appare efficace la fotografia di Palermo apparsa su Epoca nel maggio 1959, con il titolo “La vita mondana di Palermo capitale”, curata dal giornalista Nicola Orsini e dal fotografo Giancarlo Bonora, che raccontarono – fra le irritazioni di molti – lo stile di vita dei cosiddetti “baroni depressi”, e quello della nuova borghesia che in fondo non voleva che sostituirsi a essi senza troppi cambiamenti. Alcuni scorci dell’articolo appaiono forse impietosi oggi:

Ma com’è la vita nella capitale della Sicilia? “Noiosa”, gemono all’unanimità i rappresentanti di quella élite. All’una e alle otto, le ore dell’aperitivo, la gioventù dorata si affolla al “Bar del Viale”. I giovanotti arrivano in Seicento o in MG; le ragazze in abiti che mettono in risalto la loro bellezza. Ci si saluta, si chiacchiera un po’, difficilmente si combina qualcosa di nuovo, di originale, di divertente. Anche la “jeunesse dorée” finisce, dopo cena, in casa di questo o di quella, raramente a far quattro salti, sotto l’occhio vigile di onnipresenti mamme o zie, più spesso ad assistere al Musichiere. Si chiude non oltre le dieci di sera: che è l’ora massima consentita dalle rigide tradizioni popolari per una ragazza di famiglia costumata. Nella buona società palermitana primeggiano tuttora i rampolli della vecchia aristocrazia cittadina. Tra principi e baroni non si trova un solo capitano d’industria. La nobiltà infatti si difende, accanitamente con i circoli.

Mezzo secolo prima, a rimpiangere la perduta bellezza della città, era stato nel 1904 niente meno che Pitré, con la sua “Vita in Palermo cento e più anni fa”, e qualche anno dopo Oreste Lo Valvo, limitandosi però a “Trenta e più anni fa”. Un viaggio nel “come eravamo”.